Febbraio: carciofi di sardegna

agnelloGusto corposo e dolce-amaro, aroma inconfondibile e piccole spine gialle: per queste sue caratteristiche, il Carciofo Spinoso di Sardegna è un marchio a denominazione di origine protetta (DOP). Perfetto sia crudo che cotto, si tratta di un ortaggio prodotto in molte località sarde e da sempre protagonista delle tavole dell’isola dal mese di Ottobre agli ultimi giorni di Febbraio. La sua consistenza, tenera e poco fibrosa, lo rende perfetto per la consumazione anche da crudo, magari intinto in poco sale e olio d’oliva. La tradizione sarda, tuttavia, conserva e tramanda nel tempo numerosi impieghi di questo ortaggio così versatile e aromatico: è di frequente preparato in tegame – con solo una manciata di prezzemolo e timo e un filo di olio d’oliva – oppure in combinazione con carne o patate.

La coltivazione del Carciofo Spinoso è antichissima e potrebbe risalire addirittura all’epoca Fenicia (IX sec. a.C.). Da allora, con il passare del tempo, questo tipo di coltura ha assunto un ruolo davvero importante per l’economia dell’Isola, dove questa varietà è particolarmente conosciuta e apprezzata. A cominciare dagli anni ’20 del XX secolo, infatti, la produzione si è intensificata fino a interessare la maggior parte delle province sarde. Questo ortaggio è apprezzato anche per le sue interessanti proprietà benefiche sul nostro organismo, in particolare sul fegato e sull’apparato digerente, verso i quali svolge una funzione depurativa. Il merito è delle sostanze in esso contenute: tra queste si annoverano la vitamina A, il ferro, il potassio, ma soprattutto alcuni composti fenolici come la cinarina, che determina anche il suo caratteristico sapore amarognolo. I flavonoidi e la vitamina C, infine, lo rendono un potente antiossidante utile nella prevenzione dei tumori.

La consumazione del carciofo non può prescindere da una adeguata operazione di pulitura. Per evitare di pungersi con le piccole spine, poste all’apice delle brattee e nelle foglie, è meglio munirsi di un paio di guanti spessi. In questa varietà è possibile consumare anche il gambo, davvero tenero e gustoso: basta eliminare le foglie e lo strato più esterno e fibroso, conservando solo la parte centrale più tenera e saporita. Il capolino, invece, deve essere privato della parte apicale delle brattee (quella con le spine), e sfogliato delle brattee esterne e più coriacee. L’interno potrà essere gustato foglia per foglia, fino a raggiungere il tenero cuore di carciofo. Solitamente si taglia il centro in quattro parti e si conserva in acqua potabile e limone fino alla consumazione, che comunque è meglio non rimandare troppo per evitare che il carciofo si ossidi e perda il suo miglior sapore.
Le ricette tipiche per la preparazione del carciofo sardo sono davvero molte e vanno dai più semplici antipasti – come l’ottimo carciofo fresco accompagnato da fettine di bottarga di muggine – fino alla conservazione sott’olio del prodotto. Ecco la ricetta per la preparazione di un secondo piatto a base di Carciofo di Sardegna, molto apprezzato in tutta l’isola.

Carne d’agnello con carciofo
Ingredienti:
– 1/4 d’agnello
– 10 Carciofi Spinosi di Sardegna
– 2 spicchi di aglio
– 1 mazzolino di prezzemolo
– 1 cipolla di medie dimensioni
– vino bianco quanto basta
– olio extra-vergine d’oliva quanto basta
– un pizzico di peperoncino

Preparazione:
– Pulisci i carciofi e tagliali in quattro spicchi. Immergili in acqua e limone fino al momento di utilizzarli.
– In un tegame capiente, fai rosolare in un filo di olio extra-vergine di oliva la carne d’agnello tagliata a pezzetti. Quando la carne sarà appena dorata, fai sfumare con mezzo bicchiere di vino bianco.
– A parte, trita finemente l’aglio, il prezzemolo e la cipolla. Se ti piace, puoi aggiungere un pizzico di peperoncino. Aggiungi il trito all’agnello in cottura.
– Prepara un trito meno fine con la metà dei carciofi già puliti e tagliati. Aggiungi i carciofi alla carne, aggiungi acqua fino alla copertura della carne e metti il coperchio al tegame per lasciar stufare. Controlla di tanto in tanto la cottura, mescolando se necessario: potrebbero volerci circa 50 minuti.
– In un tegame a parte, fai rosolare la metà rimanente dei carciofi con un filo d’olio d’oliva e uno spicchio di aglio. A cottura ultimata, uniscili alla carne ormai pronta, mescola con cura a fuoco basso e spegni il fornello.

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L’arte dell’intreccio

cesti sardiL’IMPORTANZA DELLE MATERIE PRIME

La presenza di materie prime è una delle ragioni principali che hanno permesso all’arte dell’intreccio, tipicamente sarda, di essere tramandata fino ad oggi, dalle più antiche tradizioni pastorali.
La Sardegna è infatti ricca di asfodelo, giunco, palma nana e paglia, alcune delle componenti più utilizzate per realizzare lavori d’intreccio e confezionare i tipici contenitori rustici.
Conosciuti in buona parte del mondo, grazie anche alla vitalità turistica dell’isola, i frutti di quest’arte sono sempre più richiesti, ben oltre l’originario uso domestico.
Fin dalla preistoria questa tecnica manifatturiera ha rappresentato una delle più importanti attività dell’uomo, sia per dedizione e tecnica richiesta, che per l’estrema disponibilità dei materiali necessari.
La provincia della Sardegna più legata alla tradizionale lavorazione di cesti, canestri e corbule è l’oristanese, terra piena di stagni, che permettono alle piante di crescere e fornire da sempre abbondanza di materie prime.
Sono poi le artigiane locali, raccolte le erbe palustri, ad intrecciarle sapientemente con le loro mani, portando avanti i segreti di un’antica arte.
Non è forse un caso che un tempo le abitazioni dei pastori della Sardegna fossero povere di mobili, ma abbondassero di oggetti realizzati con questa tecnica.
LAVORI D’INTRECCIO AD USO DOMESTICO

Realizzati in varie soluzioni secondo l’utilizzo, dall’accumulo degli alimenti alla loro trasformazione, i lavori d’intreccio per la casa venivano lasciati sui ripiani o esposti sulle pareti, come oggi riempiono i negozi tipici del settore.
Sia per soddisfare le numerose richieste per l’arredamento d’interni, sia per assicurare il rifornimento del mercato interno, in Sardegna l’artigianato della cestineria continua ad avere successo, portando avanti con passione la produzione dell’intero corredo agropastorale di un tempo.
Da un punto di vista tecnico, la lavorazione inizia con un ordito a spirale, attorno al quale si avvolge la pagliola, che viene poi cucita con un ago di ferro punto per punto.
In base all’uso finale, si sceglie infine se utilizzare paglia di grano colorata o realizzare disegni suggestivi, nei quali solitamente prevalgono tonalità di rosso, verde, blu e nero.
Le rose e la stella, posta al centro e arricchita fra le punte, sono i motivi tradizionali con cui vengono maggiormente decorati i contenitori nell’arte dell’intreccio, senza dimenticare la particolarità dei cesti con una pezza circolare, di broccato colorato, sul fondo.
LE FASI DELLA LAVORAZIONE

Alla gamma dei cesti per uso domestico realizzati in paglia, si aggiungono i manufatti in canna, o “pischedda”, che vengono impiegati all’esterno della casa. Dotati di manico e decisamente più resistenti, questi lavori d’intreccio si adattano alle più svariate sollecitazioni e vengono realizzati con un tecnica simile a quella di altre parti del mondo.
Secondo un metodo a crescita, il contenitore in asfodelo o giunco si sviluppa gradualmente per cerchi concentrici spiratati e la spirale viene costruita con i materiali più rigidi che, con uno strumento perforante e l’ausilio dell’acqua, vengono bloccati con punti spiraliformi a loro volta, che circondano il fascio di riempimento unendolo al giro precedente.
Ci sono però alcune fasi che precedono la costruzione del cesto, a cominciare dalla raccolta del materiale, seguita dalla riduzione dello stesso in lamelle sottili e dalla conclusiva essiccazione al sole, a cui l’oggetto viene esposto anche dopo la realizzazione.
La raccolta delle piante è consentita solo in alcuni periodi dell’anno ed è regolata in base alle lunazioni, anche al fine di evitare insetti e muffa.
LE TIPOLOGIE PIÙ DIFFUSE

La corbula, o “colvula”, è un cesto concavo abbastanza profondo, realizzato anche con coperchio, ed è una delle tipologie più diffuse, così come il canestro, o “canistedda“, basso, largo e di varie dimensioni, da quella di un metro alle versioni piccolissime.
Per una sposa la dote in stoviglie era importante quanto il corredo in corbule, canestri e crivelli, e nella dimora di un campidano un piccolo ambiente veniva sempre lasciato a disposizione per riparare questi oggetti indispensabili.
Con la diffusione del turismo le decorazioni sono aumentate, ma un tempo i lavori d’intreccio erano severi e l’aspetto estetico trascurato a favore della funzione pratica, con prevalenza di bianco e nero e sempre pronti ad essere rifunzionalizzati.

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Dove mangiare bene a Roma

bucatiniLa cucina romana è sinonimo di semplicità.

Chi conosce la storia delle vere trattorie romane sa bene che con un prezzo contenuto si mangia abbondantemente godendo di una di quelle cucine fatte di elementi popolari e non di piatti elaborati che poco si addicono alla tradizione culinaria dell’antica Roma.
La cucina romana rispecchia l’anima di un popolo antico che per secoli ha animato vicoletti acciottolati e stradine buie e caratteristiche. Il vero amante della cucina romanesca è colui che ama stare a tavola davanti ad un bel piatto di fettuccine alla carbonara bevendo un vinello sincero e corposo. Il tipico romano adora quei pranzi lenti e ricchi di pietanze ma soprattutto predilige la buona compagnia, un’orchestrina che suona i decantati stornelli e l’ottima compagnia di compagni allegri e schietti.
Custodi della tradizione romana, i gestori delle trattorie serbano gelosamente quelle che sono le ricette di un tempo che ancora oggi hanno il posto d’onore come le frattaglie degli animali da macello, considerati dall’aristocrazia scarti della lavorazione dei macellai ma che attualmente sono vere e proprie prelibatezze. Ma l’elogio principale bisogna farlo alle mogli degli operai del macello che cucinavano le interiora degli animali portate dai loro mariti. Purtroppo la cucina romanesca presenta una immensa carenza di ricettari e se oggi quelle pietanze sono state fedelmente riprodotte dagli attuali ‘locandieri’ è tutto merito di testimonianze che si sono tramandate da padre in figlio.
Ad accompagnare queste asserzioni ci sono i dipinti d’epoca che presentano scene di vita quotidiana nel quartiere ‘Testaccio’ o di ‘Trastevere’ che ritraggono uomini affamati seduti sugli usci delle vetuste osterie a mangiare con appetito pasta fatta in casa o pane immerso in ceci sugosi nelle scodelle di coccio.

Nella cultura popolare romana pane e pasta sono simboli per antonomasia.

Una curiosità che oggi desta solo grande ilarità: i panettieri erano considerati come i re della farina e addirittura si legiferava in materia tanto che se un panettiere avesse voluto abbandonare il proprio mestiere, avrebbe dovuto rinunciare a tutte le sue proprietà.
Il pane è un elemento preziosissimo per i romani e lo era anche nel Medio evo e nel rinascimento e nella capitale, non era assolutamente concepito mangiare senza pane grazie anche alle numerose minestre che i cittadini adoravano.
Elemento d’eccellenza dell’antica tradizione culinaria romana era proprio la minestra che non poteva non essere accompagnata dal pane. Un piatto brodoso ed abbondante, realizzato con elementi della terra locale e che riusciva a scaldare i contadini stanchi ed infreddoliti ma nutriva anche i ragazzotti pieni di forze e con un appetito da leoni. Le prime minestre vennero presentate sotto forma di zuppe proprio perché in esse ci si poteva ‘azzuppare’ il pane. Solo in un secondo momento si pensò di aggiungere alle minestre pezzi di carne o pezzi di pesce senza spine. L’olio era ritenuto un elemento troppo prezioso per usarlo nelle minestre e veniva egregiamente sostituito da lardo e strutto che erano la base principale per creare quel soffritto profumato rosolato con cipolla, carote e conserve caserecce.
La pasta insieme al pane era l’elemento più diffuso tra la popolazione che cominciò a fare un uso quasi ‘smodato’ di fettuccine preparate in casa. Si stendeva una sfoglia sottilissima di uova e farina sulla spianatoia e si tagliavano striscioline di pasta che poi venivano cotte in abbondante acqua salata e condite con guanciale e pomodoro fresco. Da questo procedimento nacque la famosa ‘pasta all’amatriciana‘ spesso fatta anche con i bucatini e su cui ci sono pareri altamente discordanti. Molti attribuiscono la paternità alle regioni abruzzesi ma i romani hanno sempre sostenuto che la sua preparazione fu opera di un oste proveniente da ‘Amatrice’ ma residente a Roma. L’amatriciana è disponibile anche in versione bianca e viene chiamata ‘gricia’ preparata con guanciale e pecorino romano che a quei tempi era l’unico formaggio grattuggiabile proveniente dalla pastorizia locale.
Impossibile recarsi a Roma e non fermarsi a mangiare nelle famose trattorie.
La trattoria romana ‘nel senso più stretto del termine’ è quel locale dove si mangia bene e si spende poco. I locali che rispecchiano l’antica tradizione culinaria romana, si trovano a Trastevere, al Testaccio e nel cosiddetto Ghetto ed alcuni fondono la cucina romana con quella ebraica. Nel cuore di questi quartieri è possibile ritrovare l’atmosfera di un tempo tra stornelli e pietanze ottime ed abbondanti senza per questo rasentare quella ‘snervante ricercatezza’. In tutti i locali il personale è servizievole e sempre di buon umore. Osterie con location in stile vintage e muri piacevolmente scrostati per mantenere intatta l’apparenza di un tempo. Tra le Trattorie storiche dove si possono gustare i piatti classici troviamo ‘Checco er carrettiere’ nel quartiere Trastevere e ‘Meo patacca’ rinomata osteria famosissima non solo per le pietanze tipiche ma anche per la scenografia favolosa.

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Le applicazioni per cellulari e tablet un nuovo strumento di comunicazione

app cellulareL’avvento degli smartphone – che in pochissimi anni sono diventati un oggetto indispensabile sia per il lavoro che per quanto riguarda, soprattutto, la vita privata ha cambiato moltissimo ed in modo estremamente rapido non solo la vita dei consumatori ma anche e soprattutto modo di comunicare. Gli smartphone ormai sono diventati il primo mezzo di reperimento delle informazioni da parte degli utenti e, grazie a tutte le app – ossia le applicazioni – pensate e sviluppate proprio per gli utenti dei cellulari di ultima generazione hanno sostituito una serie di strumenti prima ritenuti indispensabili come la macchina fotografica, il navigatore o, più banalmente, le pagine gialle.

Giusto per dare un’idea di massima delle dimensioni di questo mercato, possiamo dire che in Italia quasi tutti posseggono almeno due cellulari. Di questi, quasi il 41% è rappresentato dai prodotti della Apple (la più alta percentuale raggiunta in una nazione europea) e di questi il 18% appartiene alla fascia di età 45/55 anni mentre una quota ben maggiore è rappresentata, invece, dalla fascia 25/44. Non esiste peró solo l’iPhone. Non vanno dimendicati, infatti, anche tutti i dispositivi che Android rappresentano quasi l’altra metà del mercato. In poco tempo, quindi, gli smartphone hanno non solo conquistato il mercato ma sono diventati uno dei primi device in ordine di importanza per la consultazione di internet.

Le aziende, ben consapevoli di tutte queste potenzialità del mercato, hanno capito che in questa fase storica per raggiungere il proprio target di riferimento è necessario sviluppare il mondo delle app perchè sono l’unico mezzo per aprire un canale di comunicazione diretto con l’utente e promuovere attraverso esso servizi, prodotti, brand awareness. Per essere sicuri, peró, di offrire un prodotto che sia all’altezza dei numerosissimi compiti che le aziende affidano loro, è necessario rivolgersi ad esperti di settore che siano in grado di offrire prodotti di elevata qualità. La web agency Molecole è fra quelle specializzate nella creazione di applicazioni per smartphone – sia per iOs che per Android – e puó essere il partner ideale per affrontare questo delicato passo per il vostro business.

Come già detto in precedenza, quindi, sviluppare app per smartphone è diventato indispensabile per una corretta comunicazione con il proprio target di riferimento. Ma è anche un lavoro complesso in quanto entrano in gioco numerosi elementi. Ad esenpio, Molecole è in grado di creare dispositivi per il sistema operativo iOs che per quello Android. Per quanto riguarda iOs,  le applicazioni sono compatibili con l’ultima versione del sistema operativo ma si occupa anche delle interazioni fra client e server con Json o Xml. Non solo, vengono utilizzate tutte le linee guida Apple per integrare ogni tipo di notifica Push e App purchase.

Inoltre, per rendere ogni applicazione creata un’esperienza piacevole per gli utilizzatori, le interfacce sono sempre molto semplici ma, al tempo stesso, estremamente eleganti così come il pannello di amministrazione dal quale è possibile gestire l’applicazione: è pensato per essere usato anche dai non addetti ai lavori ed è utilizzabile anche da un mobile.

Ma sarebbe limitante fermarsi solo alle applicazioni per iOs: Molecole lo sa ed ha pensato anche al mondo Android. In questo modo, l’app sarà acquistabile anche da Google Play e vi permetterà di entrare in un segmento di mercato – quello di Android appunto – in costante crescita. Molecole puó occuparsi del progetto a 360 gradi: dallo sviluppo dell’idea creativa fino al rilascio dell’app nello store di BigG. In più, se siete già in possesso di un sito internet, Molecole puó creare la tecnologia per collegarne i database all’applicazione, da gestire tutto da una comodissima e facile interfaccia ed agevolare, così, il lavoro dei vostri operatori.

Basta perdere altro tempo: i vostri nuovi clienti sono a portata di…un’app!

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Gli uffici devono essere igienizzati per legge, a chi rivolgersi?

pulizieOgni luogo di lavoro, sia esso pubblico che privato, ha bisogno, per la sicurezza di chi ci lavora, per l’igiene in generale e per legge, di essere pulito e sanificato.
L’igiene, infatti, è la base fondamentale non solo per accogliere clienti e pubblico ma anche per far sì che gli stessi dipendenti possano giovare di un ambiente sano e fresco in cui lavorare.
E’ fondamentale, pertanto, che la pulizia e la sanificazione degli uffici pubblici sia effettuata in maniera giusta dalle ditte che offrono un servizio di pulizie sia industriale che rivolta ad un’utenza di minore entità e per fare in modo che ciò accada, è bene rivolgersi ad aziende specializzate in tale settore.

Prima di tutto dovranno rendersi conto dell’importanza di pulire e sanificare gli ambenti degli uffici il che significa che dovranno rimuovere lo sporco dalle superfici e dagli oggetti (pulizia) utilizzando prodotti adeguati e detergenti nati per tale scopo, dopodiché dovranno passare a sanificare gli ambienti puliti con detergenti che invece mirino all’eliminazione di dannosi batteri che prolificano sulle stesse superfici e sugli stessi oggetti.
La regola principale per la quale la legge si batte nel campo della pulizia e dell’igiene degli uffici è proprio quella di eliminare questi batteri accumulando in essi, potrebbero portare gravi conseguenze sulla salute di chi vive in quegli ambienti.

Il servizio di pulizia, sanificazione e quindi igienizzazione degli uffici può essere offerto solo da personale specializzato e non improvvisate. Rivolgersi di conseguenza a ditte che sono conosciute nell’ambiente e nel settore, che abbiano un sistema di gestione a norma con la certificazione Uni En Iso 9001/08 e che rivolga particolare attenzione anche alle certificazioni riguardanti l’ambiente come, ad esempio, la possibilità di smaltire tutti i tipi di rifiuti (es. in caso di uffici sanitari).
Solo un’azienda dotata di tutti questi principi lavorativi potrà garantire un servizio di ingienizzazione degli ambienti che sia davvero a 360°.

Una ditta di pulizia che agisce con professionalità e correttezza dovrà prima di tutto effettuare un sopralluogo negli ambienti da pulire ed igienizzare per calcolare che tipo di sanificazione è più adatta al caso tenendo presente del tipo di lavoro che si svolge in quegli stessi ambienti.
Naturalmente se sono uffici sanitari abbisogneranno di un tipo di pulizia e sanificazione diversa da uffici dove si svolge prettamente un lavoro di scrivania.
Nel primo caso, infatti, la ditta dovrà assicurare l’igienizzazione di tutte le superfici e di tutti gli oggetti che compongono l’ambiente mentre nel secondo caso saranno fondamentali pulizie atte a rendere l’ambiente anche accogliente soffermandosi eventualmente alla lucidatura del pavimento, pulizia dei vetri ecc…

Dopo il sopralluogo la ditta sarà in grado di fornire un preventivo delle spese fisse ed eventuali variabili dei costi fissi calcolando il quantitativo di detergente, di personale da impiegare per quegli uffici e, naturalmente, gli eventuali macchinari da utilizzare.
La pulizia e la sanificazione degli uffici, infatti, può avvenire anche con l’utilizzo di macchine atte ad aspirare, sia liquidi che polveri, oppure semplici spazzatrici.
Il tutto deve essere svolto con la massima coerenza e sicurezza che il personale della ditta deve dimostrare di possedere per essere certi che il lavoro sia svolto bene.

Allora, nel caso si è alla ricerca di una ditta capace di effettuare un serivizio di pulizia ed igienizzazione degli ambienti lavorativi, è bene accertarsi che abbia le dovute certificazioni richieste dalla legge, che abbia un numero di personale adeguato suddiviso in eventuali squadre per i diversi luoghi lavorativi e che, naturalmente, alla fine della pulizia il risultato sia quello desiderato ossia: luogo pulito, igiene negli ambiente e sugli oggetti che utilizzano più persone e, di conseguenza, una maggiore energia per chi dovrà lavorare lì.

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Si usa ancora regalare argento?

bracciale argentoCon il progredire dell’economia del corso del XX° secolo si sono innalzate le possibilità di acquisto di oggetti in argento da parte delle masse. L’accresciuto potere d’acquisto personale, unitamente all’abbassamento del costo di lavorazione del metallo stesso hanno permesso a molti di acquistare per regalo o per piacere monili o accessori in argento quali ad esempio penne, cornici, quadri od oggetti per la casa. Un discorso a sè stante fanno le opere d’arte ed i servizi da pranzo che, spesso per il loro peso e la numerosità dei coperti rappresentano ancora oggi un importante spesa non affrontabile da tutti a cuor leggero.

L’argento estratto proviene per lo più da miniere presenti nel sud america (Messico e Perù in particolare), da Australia, Polonia e Russia. Nei secoli passati, in particolare nel corso del XVII° e XVIII° secolo la produzione argentiera era relegata a vere e proprie opere d’arte destinate a famiglie nobili oppure alla Chiesa in reliquiari, ostensori o altri oggetti sacri. A tutt’oggi gran parte dell’argento viene utilizzata nei settori elettronico od orafo.
Se in passato l’argento veniva spesso regalato al posto dell’oro, considerato troppo caro, in particolare nell’oreficeria, oggi giorno lo stesso viene relegato ad un uso molto meno ornamentale e molto più produttivo.

Pochi sono oggi i regali in argento che vengono fatti, i gioielli, seppure di importo modesto, sembrano ricercati solo se di pregevole fattura ed in particolare di natura etnica. Capitolo a parte rivestono i sempre verdi servizi da thè/caffè o da tavola. Questi ultimi, in particolare se antichi e di fattura artigianale, hanno spesso un elevato valore ed un mercato che non di rado sorprende per la ricercatezza ed importanza. I servizi da tavola sono ancora oggi prodotti in quantità anche se quasi mai lo sono a livello artigianale, cosa che ne inficia in parte il valore.

I migliori argentieri sono sempre stati già in passato e sono ancora a tutt’oggi quelli italiani, i francesi e gli inglesi. Questo è dovuto alle diverse tradizioni orafe/argentiere che nei secoli hanno portato la nobiltà e la Chiesa a richiedere servigi sempre più specializzati a questi artigiani. Ecco dunque che in Italia nella zona in particolare della Toscana si trovano molti argentieri abili nella lavorazione di opere destinate non solo alla Chiesa ma anche alla propria casa (famosi sono i Bucellati di Firenze, grandi cesellatori di importanti servizi da tavola e gioielli); a Parigi e Tolosa, ove l’argento ha raggiunto un’importante lavorazione per la produzione di oggetti sacri; in Inghilterra, dove particolare importanza rivestivano gli argentieri legati alla produzione di servizi da thè, caffè e cioccolata, vassoi e posaterie.

Da sempre l’argento ha posto un problema: si ossida. Questo fa perdere allo stesso nel tempo la sua lucentezza, caratteristica dalla quale deriva il suo nome. Per porre rimedio a ciò vi sono diverse strade percorribili. Innanzitutto vi sono argenti trattati con procedimenti chimici quali ad esempio la rodiatura, che permettono al materiale di ossidarsi notevolmente di meno ma che fanno in parte perdere allo stesso la caratteristica colorazione argentea facendolo assomigliare di più all’acciaio anche se maggiormente brillante rispetto quest’ultimo. In secondo luogo vi è la possiblità di trattarlo con vernici chimiche trasparenti, queste ultime in particolare vengono utilizzate nel caso di oggetti in silver plated, tipicamente vassoi o cornici. In terza battuta vi è il classico “olio di gomito” ovvero, il pulire periodicamente tali prodotti con panni morbidi (microfibra o lana) e prodotti specifici non aggressivi o con il vecchio metodo della nonna (acqua calda, sale e bicarbonato oppure bicarbonato misto a dentifricio).

E’ importante riporre l’argento che non si utilizza (tipicamente le posate) in stole morbide (indicate quelle nere) e saltuariamente riesporlo per fargli prendere aria così che non si danneggi per l’ossidazione o la formazione di muffe o macchie superficiali. Nel caso si viaggi per diletto o per lavoro, è facile reperire oggetti d’argento in paesi esotici. In questo caso occorre prestare attenzione al tenore di argento presente in tali preziosi, sarebbe ideale che lo stesso fosse almeno pari ad 800 su 1000, meglio ancora se fosse pari al nostro argento 925, la presenza di apposita punzonatura conferisce garanzia di qualità del monile stesso.

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