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P R I G I
O N I E R I D I O M B R E
(estratto)
ATTO I
Aula spaziosa, banchi disposti
a semicerchio. Lezione di studi sociali. La maestra si avvicina al 1° alunno e
lo invita a non scarabocchiare sul banco.
1° Alunno – (Sbuffando) Non mi
piace la scuola, voglio sentirmi libero, non mi va di stare qui a leggere e a
scrivere. Preferisco stare a casa a guardare la TV.
Maestra – Ma così non
imparerai nulla.
1° Alunno – Preferisco non
imparare nulla ma essere libero.
Maestra – Hai una errata idea
della libertà. Se decidi di stare a casa, oppure per strada a giocare non sarai
di certo libero, ma diventerai prigioniero dei tuoi capricci.
2° Alunno – Com’è possibile
diventare prigioniero dei propri capricci? Io invece mi sento libero quando non
sono a scuola, quando con gli amici passo le mattinate a giocare, a girare per
le strade a vedere le vetrine dei negozi.
3° Alunno – Quello sì che è
divertimento, facciamo i dispetti ai vecchietti che passano e stacchiamo i fili
del telefono dalle cabine telefoniche in piazza.
Maestra – Chi di voi sa andare
in bicicletta?
2° Alunno –
Io…io…io…io…tuttiiiii (rispondono in coro)
Maestra – Bene. Cercate allora
di ricordare come è stato difficile imparare a pedalare, a stare in equilibrio.
2° Alunno – Vero! Io
all’inizio cadevo sempre, non riuscivo a tenere i piedi sui pedali, ho ancora i
segni sulle gambe che mi ricordano le cadute di allora.
4° Alunno – Io invece avevo
una bici con due rotelline ai lati della ruota grande. E’ passato del tempo
prima di riuscire a stare in equilibrio solo su due ruote.
Maestra – Pensate che un
bambino che non vuole fare movimenti regolari, alza le braccia (con la mimica
mostra chi è insofferente a seguire le indicazioni date) poi d’improvviso
salta…corre, potrà mai imparare ad andare in bici?
5° Alunno – No, non imparerà,
deve scegliere: imparare a pedalare oppure continuare a correre e saltare
quando vuole.
Maestra – E se non imparerà a
pedalare, ad andare in bici, non pensate che egli rimanga prigioniero dei suoi
movimenti incontrollati?
5° Alunno – Forse…si…vero…hai
ragione!
Maestra – Invece chi imparerà
ad andare in bici sarà più libero perché avrà più possibilità di allontanarsi
rispetto a chi ha preferito non imparare, vero?
2° Alunno – Si…io con la bici
vado a trovare i miei nonni che abitano l’altra parte della città. A piedi non
potrei!!
Maestra – Imparare significa
allora diventare più liberi. Significa decidere di non essere più prigionieri
dei propri movimenti incontrollati, delle proprie convinzioni. Vi racconto una
storia, una favola che non parla di re o principesse e nemmeno di lupi cattivi.
E’la storia di alcuni prigionieri chiusi fin da bambini in una grande caverna.
ATTO II
Socrate – Alcuni uomini
vivevano in una caverna, là essi erano sin da fanciulli, gamba e collo incatenati,
tanto che non si potevano muovere, né altrove guardare se non dinanzi a se
stessi, perché le corde impedivano loro di volgere intorno la testa. Lontana,
alta, dietro di loro, risplendeva la luce del fuoco. Tra il fuoco e i
prigionieri passava una strada e lungo questa via era costruito un muretto,
simile a quei ripari che i burattinai innalzano fra sé e gli spettatori. Dietro
il muretto delle persone trasportavano sulle spalle le loro marionette. I
prigionieri vedevano dinanzi a sé riflettersi sul muro le ombre di quelle
marionette.
Glaucone – Che genere di
marionette?
Socrate – Statuette
raffiguranti uomini e animali di pietra, di legno, d’ogni forma. Alcuni
portatori di marionette parlavano e la loro voce si diffondeva in quella sotterranea
dimora che era la caverna.
Glaucone – Strani i tuoi
prigionieri!
Socrate – Strani si ma non può
essere altrimenti se per tutta la vita sono stati costretti a guardare solo
davanti a sé.
Glaucone – Si…hai ragione!
Socrate – E tutte le volte che
uno di quei tali che passavano dietro il muretto parlava, i prigionieri
scambiavano la sua voce per quell’ombra che vedevano passare.
Glaucone – Davvero è possibile
che avvenga ciò?
Socrate – Né altrimenti
potrebbe avvenire perché per quei prigionieri la realtà non poteva essere altro
che le ombre degli oggetti.
Glaucone – E’ così.
Socrate – Ma un giorno uno dei
prigionieri venne sciolto, costretto di colpo ad alzarsi, a girare il collo, a
camminare, a guardare verso la luce. Ma il bagliore intenso gli impedì di vedere quelle cose di cui prima scorgeva le ombre e
continuò a ritenere più chiare e più vere le loro ombre riflesse sulla parete.
Glaucone – Come quando appena
svegli, di nuovo chiudiamo gli occhi perché la luce del giorno quasi abbaglia
la vista.
Socrate – Qualcuno, forse un
amico, lo trascinò via per l’aspra e ripida salita che portava fuori della
caverna. Il prigioniero tentò di ribellarsi ad essere trascinato così ma invano
e giunto infine fuori, la luce abbagliante del sole non gli consentì di vedere chiaramente
nessuna di quelle cose che sono parte del mondo: gli alberi, gli animali, i
laghi, i fiumi, le stelle nel cielo.
Glaucone – Non credo, almeno
fin da principio.
Socrate – E più facilmente
poté vedere le immagini degli oggetti riflessi nelle acque, infine le cose
stesse. Una notte, alzando gli occhi verso la luce delle stelle, le vide e le
ammirò nel loro splendore.
Glaucone – Quanta meraviglia e
stupore provò quel prigioniero nel guardare il cielo stellato!
Socrate – Ma la meraviglia si
fece poi desiderio di conoscere. Il prigioniero cominciò così a porre relazioni
tra le cose conosciute. Ormai gli era chiaro che tutto dipendeva dal sole: le
stagioni, il caldo e il freddo e persino
la notte, quando nel cielo prendevano posto le stelle. Ripensò allora alla sua
prima dimora e a quello che là credeva di sapere, ripensò ai suoi compagni di
prigionia, ricordò quel tempo in cui nemmeno sapeva di essere prigioniero, si
sentì felice del suo cambiamento e provò pietà per gli altri. E se qualcuno gli
avesse proposto di diventare, tra quei prigionieri, il più degno di onori,
avrebbe preferito lavorare la terra come
servo di un altro neppure assai ricco e sopportare ogni male, piuttosto che
tornare alle sue ingannevoli opinioni e vivere come prima.
Glaucone – Proprio così. Io
penso appunto che quel prigioniero tutto preferirebbe soffrire piuttosto che
tornare a vivere in quel modo nella caverna.
Socrate – E tuttavia ridiscese
nella vecchia dimora, dagli amici di un tempo. I suoi occhi, abituati alla luce,
sembravano essere diventati ciechi. I compagni lo derisero, dissero che
allontanandosi da quel luogo si era rovinato la vista e si convinsero che non
valeva la pena uscire dalla caverna. Cercò di scioglierli e di portarli in
alto, ma quelli non accettarono e, anzi, minacciarono di ucciderlo.
Glaucone – Di certo lo
avrebbero ucciso!
ATTO III
Alunni – (Con aria di
sgomento) Si…lo avrebbero ucciso.
1° Alunno – Ma quel
prigioniero un tempo era stato un loro compagno… forse volevano solo
distruggere le sue idee.
Maestra – Si possono
distruggere le idee?
2° Alunno – Se distruggi
l’uomo che pensa quelle idee, distruggi anche le idee.
Maestra – Ma cosa sono le
idee?
3° Alunno – L’idea è quello
che ti viene in mente. Avere idee significa pensare. Ho l’idea di un pallone,
significa che penso al pallone.
4° Alunno – Hai l’idea del
pallone, vuol dire che pensi al pallone, vuol dire anche che VUOI il pallone!
3° Alunno – (Ridendo)
Certo…(anche gli altri ridono).
4° Alunno - Io penso sempre,
non riesco a pensare a niente, nella mia testa c’è sempre qualcosa. Anche
quando dormo, i miei pensieri entrano nei sogni.
Maestra – E’ possibile che
altri vi lascino i loro pensieri?
6° Alunna – Noooo….Non si
possono dare i propri pensieri a un’altra persona come fossero oggetti, però
con le parole li possiamo dire agli altri.
7° Alunna – Non basta dire,
bisogna anche ascoltare. Io certe volte, a casa, chiedo qualcosa a mamma e papà
e quelli rispondono “si…a dopo”. Ma io so che non mi ascoltano.
PINA
MONTESARCHIO
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