L'Unità del Pensiero


ultimo aggiornamento: aprile 2008

 

 

 

P R I G I O N I E R I   D I   O M B R E

 (estratto)

 

ATTO I

 

Aula spaziosa, banchi disposti a semicerchio. Lezione di studi sociali. La maestra si avvicina al 1° alunno e lo invita a non scarabocchiare sul banco.

1° Alunno – (Sbuffando) Non mi piace la scuola, voglio sentirmi libero, non mi va di stare qui a leggere e a scrivere. Preferisco stare a casa a guardare la TV.

Maestra – Ma così non imparerai nulla.

1° Alunno – Preferisco non imparare nulla ma essere libero.

Maestra – Hai una errata idea della libertà. Se decidi di stare a casa, oppure per strada a giocare non sarai di certo libero, ma diventerai prigioniero dei tuoi capricci.

2° Alunno – Com’è possibile diventare prigioniero dei propri capricci? Io invece mi sento libero quando non sono a scuola, quando con gli amici passo le mattinate a giocare, a girare per le strade a vedere le vetrine dei negozi.

3° Alunno – Quello sì che è divertimento, facciamo i dispetti ai vecchietti che passano e stacchiamo i fili del telefono dalle cabine telefoniche in piazza.

Maestra – Chi di voi sa andare in bicicletta?

2° Alunno – Io…io…io…io…tuttiiiii (rispondono in coro)

Maestra – Bene. Cercate allora di ricordare come è stato difficile imparare a pedalare, a stare in equilibrio.

 2° Alunno – Vero! Io all’inizio cadevo sempre, non riuscivo a tenere i piedi sui pedali, ho ancora i segni sulle gambe che mi ricordano le cadute di allora.

 4° Alunno – Io invece avevo una bici con due rotelline ai lati della ruota grande. E’ passato del tempo prima di riuscire a stare in equilibrio solo su due ruote.

 Maestra – Pensate che un bambino che non vuole fare movimenti regolari, alza le braccia (con la mimica mostra chi è insofferente a seguire le indicazioni date) poi d’improvviso salta…corre, potrà mai imparare ad andare in bici?

 5° Alunno – No, non imparerà, deve scegliere: imparare a pedalare oppure continuare a correre e saltare quando vuole.

 Maestra – E se non imparerà a pedalare, ad andare in bici, non pensate che egli rimanga prigioniero dei suoi movimenti incontrollati?

 5° Alunno – Forse…si…vero…hai ragione!

 Maestra – Invece chi imparerà ad andare in bici sarà più libero perché avrà più possibilità di allontanarsi rispetto a chi ha preferito non imparare, vero?

2° Alunno – Si…io con la bici vado a trovare i miei nonni che abitano l’altra parte della città. A piedi non potrei!!

Maestra – Imparare significa allora diventare più liberi. Significa decidere di non essere più prigionieri dei propri movimenti incontrollati, delle proprie convinzioni. Vi racconto una storia, una favola che non parla di re o principesse e nemmeno di lupi cattivi. E’la storia di alcuni prigionieri chiusi fin da bambini in una grande caverna.

 

ATTO II

 

Socrate – Alcuni uomini vivevano in una caverna, là essi erano sin da fanciulli, gamba e collo incatenati, tanto che non si potevano muovere, né altrove guardare se non dinanzi a se stessi, perché le corde impedivano loro di volgere intorno la testa. Lontana, alta, dietro di loro, risplendeva la luce del fuoco. Tra il fuoco e i prigionieri passava una strada e lungo questa via era costruito un muretto, simile a quei ripari che i burattinai innalzano fra sé e gli spettatori. Dietro il muretto delle persone trasportavano sulle spalle le loro marionette. I prigionieri vedevano dinanzi a sé riflettersi sul muro le ombre di quelle marionette.

 Glaucone – Che genere di marionette?

 Socrate – Statuette raffiguranti uomini e animali di pietra, di legno, d’ogni forma. Alcuni portatori di marionette parlavano e la loro voce si diffondeva in quella sotterranea dimora che era la caverna.

 Glaucone – Strani i tuoi prigionieri!

 Socrate – Strani si ma non può essere altrimenti se per tutta la vita sono stati costretti a guardare solo davanti a sé.

 Glaucone – Si…hai ragione!

 Socrate – E tutte le volte che uno di quei tali che passavano dietro il muretto parlava, i prigionieri scambiavano la sua voce per quell’ombra che vedevano passare.

 Glaucone – Davvero è possibile che avvenga ciò?

 Socrate – Né altrimenti potrebbe avvenire perché per quei prigionieri la realtà non poteva essere altro che le ombre degli oggetti.

 Glaucone – E’ così.

 Socrate – Ma un giorno uno dei prigionieri venne sciolto, costretto di colpo ad alzarsi, a girare il collo, a camminare, a guardare verso la luce. Ma il bagliore intenso gli impedì di vedere  quelle cose di cui prima scorgeva le ombre e continuò a ritenere più chiare e più vere le loro ombre riflesse sulla parete.

 Glaucone – Come quando appena svegli, di nuovo chiudiamo gli occhi perché la luce del giorno quasi abbaglia la vista.

 Socrate – Qualcuno, forse un amico, lo trascinò via per l’aspra e ripida salita che portava fuori della caverna. Il prigioniero tentò di ribellarsi ad essere trascinato così ma invano e giunto infine fuori, la luce abbagliante del sole non gli consentì di vedere chiaramente nessuna di quelle cose che sono parte del mondo: gli alberi, gli animali, i laghi, i fiumi, le stelle nel cielo.

 Glaucone – Non credo, almeno fin da principio.

 Socrate – E più facilmente poté vedere le immagini degli oggetti riflessi nelle acque, infine le cose stesse. Una notte, alzando gli occhi verso la luce delle stelle, le vide e le ammirò nel loro splendore.

 Glaucone – Quanta meraviglia e stupore provò quel prigioniero nel guardare il cielo stellato!

 Socrate – Ma la meraviglia si fece poi desiderio di conoscere. Il prigioniero cominciò così a porre relazioni tra le cose conosciute. Ormai gli era chiaro che tutto dipendeva dal sole: le stagioni, il caldo e il freddo  e persino la notte, quando nel cielo prendevano posto le stelle. Ripensò allora alla sua prima dimora e a quello che là credeva di sapere, ripensò ai suoi compagni di prigionia, ricordò quel tempo in cui nemmeno sapeva di essere prigioniero, si sentì felice del suo cambiamento e provò pietà per gli altri. E se qualcuno gli avesse proposto di diventare, tra quei prigionieri, il più degno di onori, avrebbe preferito lavorare la terra  come servo di un altro neppure assai ricco e sopportare ogni male, piuttosto che tornare alle sue ingannevoli opinioni e vivere come prima.

 Glaucone – Proprio così. Io penso appunto che quel prigioniero tutto preferirebbe soffrire piuttosto che tornare a vivere in quel modo nella caverna.

 Socrate – E tuttavia ridiscese nella vecchia dimora, dagli amici di un tempo. I suoi occhi, abituati alla luce, sembravano essere diventati ciechi. I compagni lo derisero, dissero che allontanandosi da quel luogo si era rovinato la vista e si convinsero che non valeva la pena uscire dalla caverna. Cercò di scioglierli e di portarli in alto, ma quelli non accettarono e, anzi, minacciarono di ucciderlo.

 Glaucone – Di certo lo avrebbero ucciso!

  

ATTO III

 

Alunni – (Con aria di sgomento) Si…lo avrebbero ucciso.

 1° Alunno – Ma quel prigioniero un tempo era stato un loro compagno… forse volevano solo distruggere le sue idee.

 Maestra – Si possono distruggere le idee?

 2° Alunno – Se distruggi l’uomo che pensa quelle idee, distruggi anche le idee.

Maestra – Ma cosa sono le idee?

 3° Alunno – L’idea è quello che ti viene in mente. Avere idee significa pensare. Ho l’idea di un pallone, significa che penso al pallone.

 4° Alunno – Hai l’idea del pallone, vuol dire che pensi al pallone, vuol dire anche che VUOI il pallone!

 3° Alunno – (Ridendo) Certo…(anche gli altri ridono).

 4° Alunno - Io penso sempre, non riesco a pensare a niente, nella mia testa c’è sempre qualcosa. Anche quando dormo, i miei pensieri entrano nei sogni.

 Maestra – E’ possibile che altri vi lascino i loro pensieri?

 6° Alunna – Noooo….Non si possono dare i propri pensieri a un’altra persona come fossero oggetti, però con le parole li possiamo dire agli altri.

 7° Alunna – Non basta dire, bisogna anche ascoltare. Io certe volte, a casa, chiedo qualcosa a mamma e papà e quelli rispondono “si…a dopo”. Ma io so che non mi ascoltano.

 

 

                                                                                                 PINA MONTESARCHIO

     

 


      oppure