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L'Unità del Pensiero |
ultimo aggiornamento: aprile 2008
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Il significato e la stanza cinese di Giuseppe Bonaccorso[1] I PRO E I CONTRO DEL TEST DI TURING B) xT334GhhdrN&353 A) Sei una macchina ? B) 2rer%6gghd A) Cosa ne pensi dell’ingegneria genetica ? B) R&fffdwe55333 .... Pensate
di chiedere ad un computer cosa ne pensa delle mele, tutt’al più l’unica
risposta accettabile sarebbe: << La mela è un frutto gradito agli esseri
umani e quindi anche a me ! >>, ma l’idea di mela posseduta
dall’interrogante è certamente diversa dallo stato mentale (se presente) della
macchina e quindi molte inferenze semantiche resterebbero vani tentativi di far
quadrare i conti con la sintassi e, al massimo, un’ulteriore opportunità per
convincere l’astante che essa (la macchina) è in realtà un uomo. Ma
la macchina non è un uomo ! Infatti se è sempre possibile accettare il
contrario non bisogna però confondere un concetto particolare (l’uomo) con una
categoria ben più vasta; un buon computer è una macchina e nessuna legge della
fisica impedisce ad essa di comportarsi in modo intelligente, di sviluppare un
pensiero autonomo, di interagire con il mondo (di cui fa giustamente parte) ,
ma nel contempo non esiste alcuna ragione per supporre che la sua intelligenza
debba necessariamente conformarsi comportamentalmente (e soprattutto
strutturalmente) con la nostra. La macchina potrebbe rifiutare il dialogo se il
linguaggio non è quello corretto e sarebbe del tutto inutile tentare di
estrarre informazioni da essa senza prima averne accettato una qualche sorta di
autonomia esistenziale. Più avanti avremo modo di discutere ampiamente sugli
stati interni di un sistema artificiale, ma in questo momento mi preme
sottolineare che, a mio parere, è troppo facile cadere vittima di belle
illusioni ogniqualvolta che ci si trova dinanzi ad un grosso computer che
sforna risposte preimmagazzinate... E’ ovvio che non c’è nulla di intelligente
in tutto ciò, nemmeno se le inferenze che selezionano le alternative avvengono
nella maniera più logica e rigorosa, e il semplice motivo è che la macchina “sa”
di dover rispondere B alla domanda A solo perchè un programma prescrive così, ma
non ha idee nè del programma nè tantomento dei sotterfugi da adottare qualora
desiderasse aggirare gli inesorabili dettami algoritmici. Una
siffatta macchina è condannata ad essere un ottimo esempio di software per l’immagazzinamento
e la gestione di dati, nulla di più. Io credo quindi che l’iniziale
interrogativo di Turing, “Può una macchina pensare ?” non abbia trovato un
reale esempio in quegli ipotetici sistemi in grado di sostenere il gioco
dell’imitazione: un computer non dovrebbe imitare nulla, al massimo egli
potrebbe comportarsi come un bravo interprete bilingue che parla ad un
auditorio in Italiano, ma che continua a pensare nella sua lingua madre. Sono infatti
le immagini mentali gli elementi che caratterizzano intrinsecamente il pensiero
e la drastica decisione di sopprimerle del tutto creando un sistema puramente
associativo equivale a distruggere qualsiasi possibilità che l’intelligenza
artificiale possa realmente fare dei progressi. Gli
stati interni forniscono una rappresentazione dello status quo della macchina
in un punto dello spazio-tempo ben preciso e la risposta ad una domanda è
necessariamente influenzata da esso; come accade negli esseri umani, il sistema
artificiale potrebbe essere distratto, svogliato, concentrato su ben altre
faccende, e tutto ciò perchè la sua attività interna è quasi del tutto
indipendente dalle stimolazioni forzate che un tedioso interrogante può
continuare a fare. Tuttavia, come lo stesso Dennet fa notare in [1], <<
...un altro problema sollevato ma non risolto nel dialogo di Hofstadter
riguarda la rappresentazione. Quando si simula qualcosa al calcolatore, si
ottiene normalmente una rappresentazione dettagliata, “automatizzata” e
multidimensionale di quella cosa, ma naturalmente c’è una differenza abissale
tra la rappresentazione e la realtà, non è vero ?... >>. Certo ! La
differenza c’è e ci deve essere, soprattutto quando si trattano macchine
intelligenti. Se si scrive un buon programma per la simulazione delle eruzioni
vulcaniche, lo si fa per valutare aspetti della realtà che qualora dovessero
verificarsi porterebbero a catastrofiche conseguenze, ma il nostro caso è molto
differente. Noi non vogliamo simulare alcunchè, nè ciò che viene definito
comunemente “mente umana”, nè tantomeno quel tipo di intelligenza che gli
scolari ogni giorno si sforzano di sviluppare. Voglio ribadire che una
macchina, per buona pace dell’anima di Turing, può partecipare al gioco
dell’imitazione, ma ciò non significa che essa è destinata a dover vivere
all’ombra di chissà quale entità suprema di cui è solo un pallido riflesso. Le
previsioni metereologiche trattano di continuo i sistemi multivariabile gestiti
dalle equazioni di Navier-Stokes, ma giustamente, come evidenziato da
Hofstadter, non è mai accaduto che un ammasso nuvoloso abbia scatenato un
temporale all’interno di un laboratorio... Quelle sono simulazioni, ovvero
imitazioni scientificamente calibrate; il loro fine ultimo è quello di assecondare
le leggi della fisica in situazioni particolari. Una macchina intelligente, al
contrario, non simula nulla poichè se una sua variabile interna assume il
valore 5, essa ha realmente il valore 5 e tale numero non esiste al di fuori di
quella specifica realtà poichè esso è a pieno diritto uno stato mentale; se
invece io gestisco un software per la simulazione del volo, l’altitudine che
leggo sullo schermo, pur essendo anch’essa una variabile, è esistenzialmente
priva di qualsiasi significato. Sono io, con la mia interpretazione, a
comprendere che quel segnale mi avverte di qualcosa e senza la dovuta
consapevolezza esso può rimanere un semplice numero stampato su uno schermo.
Per questa ragione è importantissimo sottolineare che non esistono simulatori
di intelligenza ! L’intelligenza è una proprietà autonoma che, nel momento in
cui si cerca di replicarla, svanisce come una bolla sospinta da un soffio...
Essa emerge certamente da un’architettura funzionale, ma non esiste alcun
metodo razionale (solipsismo) per essere certi che un certo organismo pensa e
ragiona come sto facendo io in questo momento, l’unica via di fuga nasce da
un’accorta applicazione del principio di induzione che, in questo caso, afferma
che un individuo capace di sostenere un dialogo per un certo tempo non può
essere uno stupido ! Su queste basi nasce e si sviluppa il test di Turing,
prova che, come abbiamo avuto modo di accertare, deve necessariamente “svelare”
– qualora ci sia – l’esistenza di stati mentali interni attraverso la scoperta
di comportamenti che, solo per ragione pratica, si avvicinano a quelli di un
essere umano. Comunque non desidero che il termine “stato mentale”, nell’ottica
di una ridicola “simulazione della psiche” venga barbaramente tradotto in
emozione o sentimento... Nel prossimo paragrafo affronteremo ampiamente questo
problema, ma per adesso è bene fare una doverosa precisazione: anche se
ricercatori come Goleman hanno più volte ribadito la necessità di considerare
un’intelligenza detta appunto emotiva, ciò non vuol dire che l’equazione
pensiero = emozione abbia un qualche senso logico. Le emozioni appartengono
all’interpretazione mentale degli stati interni e lì devono restare, tirarle in
ballo ogni volta che uno scienziato parla di IA è solo un modo per tentare di
boicottare un lavoro che si basa su realtà di fatto. Che senso hanno le frasi
del tipo “Quella macchina non può amare...” ? Evidentemente la macchina non
deve amare, perlomeno nel senso che noi esseri umani attribuiamo al termine, ma
questo non inficia l’eventuale intelligenza che essa potrebbe avere (magari
avrà uno stato interno particolare che per essa equivale ad una sorta di amore
!); commisurare due realtà fisicamente e funzionalmente diverse è pericoloso e
fuorviante e l’unico risultato che si ottiene è semmai una maggiore confusione
e l’assodamento del pregiudizio che le macchine, come diceva Turing, sono
brutte, stupide e poco flessibili. Abbiamo
detto che una macchina pensante deve possedere stati interni, deve cioè essere
capace di mantenere una certa quantità di energia – pensatela pure come
informazione – anche quando le sorgenti si sono del tutto estinte; osservate il
vostro armadio per dieci secondi, chiudete gli occhi, cosa vi viene in mente ?
L’armadio, naturalmente ! Ecco un semplice esempio di stato interno: l’immagine
ha lasciato una traccia nei vostri processi cerebrali e, anche dopo che essa è
scomparsa, voi restate mentalmente capaci di operare con essa e persino di
esplorarla percettivamente in modo figurato. Adesso facciamo lo stesso
ragionamento con un’emozione, il primo incontro ad esempio; non ha importanza
quanto tempo è trascorso da questo evento, chiunque ha sempre vivide le
immagini (in senso lato) dei suoi timori, del sudore sulla fronte, delle gioie,
delle incertezze, etc. Notate che quasi tutti i termini di questa lista sono
emozioni o particolari sensazioni ascrivibili ad esse. Supponenete ora di
chiedere ad una persona intervistata: << Ti ricordi il timore ? >>.
Che razza di risposta vi aspettate ? Evidentemente quel povero malcapitato
cercherà in tutti i modi di ottenere ulteriori informazioni che gli permettano
di “localizzare” questo timore a cui vi riferite; se invece voi specificate subito
che è vostra intenzione raccogliere informazioni sul suo primo incontro, il
soggetto non avrà dubbi nel rispondervi e magari riuscirà a fornirni perfino
una descrizione dettagliata delle cause che lo portavano ad essere timoroso
(lei era molto bella, lui aveva una brutta automobile, era goffo, non sapeva
parlare, etc.) Da tutto ciò cosa si deduce ? Semplicemente che le emozioni non
hanno vita autonoma, esse esistono in un determinato contesto e traggono da
esso ogni particolare di tipo esistenziale. Il timore non è, il timore è a
causa di x e y, ovvero nel contesto generato dagli eventi generici x e y. Come
abbiamo detto poc’anzi l’emozione si sovrappone ad una configurazione mentale
preesistente esattamente come un velo rosso che viene disteso su un divano bianco:
il colore risultante nasce dalla somma del rosso e del bianco e sarà, in questo
caso una tonalità di rosa, ma se il divano fosse stato blu notte il risultato
sarebbe non più un tenero colore dalle pallide sfumature, ma piuttosto un viola
scuro e otticamente potente. L’emozione filtra la realtà e certamente ne
influenza l’evoluzione nel limite delle possibilità offerte dall’interazione
uomo-ambiente. Ma
può accadere lo stesso per le macchine ? Io non credo che sia necessaria alcuna
cautela nel dare la risposta: essa è certamente affermativa ! E la cosa più
strabiliante è che basta un semplice programma per permettere la
sperimentazione di quanto affermato: supponenete di volere regolare la
temperatura di una stanza utilizzando un sofisticato marchingegno che è molto
sensibile ai colori: ad esempio se le tonalità tendono al verde esso
stabilizzerà la temperatura ad un valore un pò più alto di quello richiesto,
mentre se i suoi sensori cromatici rilevano un’alta presenza di componenti
spettrali vicino al rosso esso deciderà di ridurre ulteriormente la
temperatura. Adesso prendete una stanza priva di qualsiasi mobile – supponiamo
che ciò implichi neutralità per il regolatore – e fissate il termostato a 20
°C, dopo un transitorio più o meno lungo la stanza sarà effettivamente
climatizzata al valore desiderato. La macchina quindi sta eseguendo un compito
di norma senza alcuna influenza di tipo emozionale, ma se ad tratto decideste
di introdurre nel locale un grosso tavolo dalle sfumature verdognole cosa
accadrebbe ? Evidentemente il sistema abbasserebbe la temperatura, diciamo di 2
°C; il suo programma di regolazione è rimasto inalterato eppure sembra quasi
che si sia verificata un’anomalia di funzionamento... Se non vi scandalizzate
troppo mi spingo ad una spiegazione più ardita, altrimenti vi consiglio di
saltare a piè pari l’intero paragrafo ! Ciò
che è accaduto può essere riassunto nel seguente modo: all’inizio lo stato
interno del sistema corrisponde ad una temperatura ambientale di 20 °C e ciò
può essere assimilato (metaforicamente) ad un individuo che cammina per strada
liberamente con 60 pulsazioni cardiache al minuto; ad un certo punto un evento
particolare ed imprevisto[4] si
presenta sulla scena: il tavolo verde per la macchina, una donna mozzafiato per
l’uomo. Cosa accade ? Nella persona le pulsazioni aumenteranno rapidamente a
causa della maggiore disponibilità di adrenalina ed ella avrà l’impressione
(non è una vera impressione, ma piuttosto il risultato di un’informazione
fornita dal senso interno) di provare una forte emozione, nella macchina,
invece, quell’evento inatteso comporterà un’abbassamento del set-point di
temperatura e anch’essa “potrà” vantare una sensazione anomala in quanto si
ritroverà con uno stato interno (la temperatura della stanza, per i nostri
scopi) differente da quello pre-memorizzato. E’ come se effettivamente ci
fossero 20 °C (o 60 pulsazioni), ma per ragioni particolari la variazione di questo
valore induce la consapevolezza di un evento particolarmente importante. Se,
ad esempio – permettetemi una divagazione fantascientifica - , il regolatore si “nutrisse” di elementi
presi da sorgenti di colore rosso o verde, esso, attraverso l’imprevista
variazione di temperatura potrebbe predisporsi per “corteggiare” un tavolo od
una tenda con l’obiettivo di strappare ad essi un pò di energia ! Allo stesso modo, ma in maniera meno ironica,
l’individuo che prova la forte emozione dell’incontro si prepara (o tenta di
prepararsi) ad un approccio il cui unico fino è il raggiungimento di un congresso
carnale. Mi sembra più che evidente che le normali attività mentali non vengono
“deviate” dall’emozioni, semmai, come già accennato, esse ne filtrano il
contenuto e la forma e le adattano ad una nuova realtà incipiente. “Much
ado about nothing” scriveva Shakespeare e non c’è territorio scientifico ove la
polvere sollevata è così fitta da impedire di vedere persino di fronte ai
propri occhi... Adesso non vorrei che molti psicologi mi attaccassero dicendo
che l’emozione gioca un ruolo funzionale importantissimo per la vita della
persona, perchè io non ho negato nè questo fatto, nè tantomeno che una buona
macchina programmata in senso lato per essere intelligente potrebbe realmente
avvantaggiarsi da un’approccio interattivo basato anche su questi “sbalzi
informazionali”. Ciò che ho voluto enfatizzare è l’eccessiva immaterialità che
viene conferita de facto a questo
tipo di sensazioni che, tra l’altro, nascono non dallo sviluppo ontogenetico e
filogenetico dell’uomo, ma piuttosto appartengono alla sfera più primordiale
dell’encefalo. Joseph LeDoux, nel suo bellissimo libro “Il Sè sinaptico”,
sottolina proprio il ruolo svolto dall’amigdala nella decodifica delle emozioni
ed in particolare della paura; in un articolo [7] apparso sulla rivista
italiana Mente&Cervello, Hubertus Breuer scrive: << ...fu questa la
sua grande scoperta (di Ledoux n.d.GB): una pietra miliare della ricerca sulle
emozioni. Aveva trovato un circuito di commutazione arcaico, grazie al quale i
ratti possono percepire il mondo indipendentemente dalla loro corteccia
cerebrale. “Questo sistema sensoriale”, spiega LeDoux, “risale presumibilmente
ad una fase molto antica dell’evoluzione. E deve essere stato di grande aiuto
ai vertebrati quando la corteccia cerebrale non era ancora sviluppata. >>.
L’emozione non è quindi figlia dell’evoluzione che ha portato l’uomo da uno
stato di totale ignoranza ad oggi, ma piuttosto un retaggio del passato che si
è conservato attraverso i millenni solo ed esclusivamente perchè è in grado di
bypassare più rapidamente i canali convenzionali in tutte quelle situazioni che
lo richiedono. Lo stesso autore, più avanti, scrive: << Nella vita di
tutti i giorni il nostro cervello riceve contemporaneamente impressioni ottiche
sommarie e dettagliate. Perciò, sostiene LeDoux, probabilmente usiamo due vie
parallele per valutare l’ambiente: “In modo rapido e inconscio con l’amigdala,
per saggiare la situazione; in modo più lento e cosciente con la corteccia, per
riconoscere i particolari”. E questa struttura potrebbe essere valida per tutti
i cinque sensi: vale a dire, l’amigdala esaminerebbe tutte le percezioni
sensoriali alla ricerca di segnali di pericolo. >>. Questo parallelismo
intrinseco nel processamento delle informazioni può e spesso viene attuato
anche in sistemi artificiale privi di qualasiasi parte intelligente: si
separano due cammini in modo che qualora dovesse accadere qualcosa di
estremamente grave, un circuito di sicurezza potrebbe bloccare completamente il
sistema. Ma allora, mi pongo di nuovo la fatidica domanda, le macchine possono
avere emozioni ? Alla luce di quanto scoperto negli ultimi anni l’emozione è
basilare per la vita, ma è nel contempo generata da un meccanismo estremamente
primordiale; a rigor di logica l’intelligenza artificiale ispirata alle capacità
inferenziali, mnemoniche ed esplorative della mente umana non dovrebbe neppure
prendere in considerazione processi tanto “obsoleti”, tuttavia proprio a causa
dell’importanza rivestita dagli stessi, importanza che li ha preservato durante
l’evoluzione, è bene che i moderni scienziati e progettisti li tengano bene in
conto, ma senza trattarli come processi anomali, come stranezze della vita
biologica fatta di cellule, proteine, molecole, DNA, etc. L’emozione è uno
stato mentale peculiarmente più immediato e sconvolgente degli altri, ma rimane
sempre un “semplice” stato mentale. Che cosa significa tutto
ciò ? In parole povere questi due risultati mostrano che la mente umana è
capace di decidere (spesso, ma non sempre) anche quando essa ha dimostrato un
teorema che bandisce ogni decisione; per dirla come Penrose: << ...Come
ho detto in precedenza, buona parte della ragione per credere che la coscienza
sia in grado di influire su giudizi di verità in un modo non algoritmico deriva
dalla considerazione del teorema di Gödel. Se riusciamo a renderci conto che il
ruolo della coscienza non è algoritmo nella formazione dei giudizi matematici,
in cui sono un fattore importante il calcolo e la dimostrazione rigorosa,
allora senza dubbio potremo convincerci che un tale ingrediente non algoritmico
potrebbe essere cruciale anche per il ruolo della coscienza in situazioni più
generali (non matematiche). >>.[6] La mente è dunque un programma ? Ovvero è
possibile costruire una macchina di Turing che esegua ogni operazione cosciente
in modo esattamente uguale ad un essere umano ? Per quanto affermato finora è
chiaro (anche se non di immediata comprensione) che la risposta tende
inesorabilmente verso il negativo. In effetti l’unico modo per chiudere per
sempre la questione sarebbe quello di dimostrare l’impossibilità delle ipotesi,
ma ciò non è mai stato fatto e moltissime ricerche nel campo dell’intelligenza
artificiale hanno continuato ad andare avanti dando per scontato che da un
giorno all’altro sarebbe venuto fuori questo tanto osannato “programma della
mente”. Mentre Penrose si affannava a cercare quel “di più” [2] che avrebbe
trasformato l’indecidibile in decidibile, una sostenuta schiera di sostenitori
dell’IA forte combatteva in prima linea una battaglia contro coloro (come John
Searle) che condannavano non tanto l’algoritmo in sè facendo affidamento alla
matematica ma piuttosto all’operazione di manipolazione formale di simboli che
altro non è che proprio il tanto vituperato programma. Nel prossimo paragrafo
parleremo di tutto ciò, ma adesso fermiamoci sulla questione sostenuta dall’IA
forte e cerchiamo di analizzarla alla luce della multidisciplinarità
necessaria. Secondo me il problema non
è tanto quello di stabilire su basi scientifiche se la mente è o meno un
programma, ma piuttosto di fissare un punto d’osservazione stabile per tutti i
fenomeni psicologi studiati; se infatti si sceglie la strada dello studio
comportamentale è quasi inevitabile imbattersi in procedure più o meno rigorose
che, a partire da un insieme di dati in ingresso, conducono il soggetto verso
il raggiungimento di un obiettivo ben preciso. In quasi tutti i testi di
Psicologia Cognitiva mi è spesso capitato di osservare grossi scarabocchi che
altro non erano che diagrammi di flusso, ovvero il mezzo grafico più canonico
utilizzato per descrivere gli algoritmi. Tutto ciò non può che formare nel lettore
l’idea che ogni sua azione materiale o mentale sia perfettamente inquadrata
all’interno di uno schema particolare che viene attuato dal cervello quando se
ne presenta l’occasione; anche lo stesso Searle, che come vedremo è il più
acerrimo nemico dell’IA forte, ammette: << ...noi siamo istanziazioni di
una quantità di programmi per calcolatore e siamo capaci di pensare. >>.
E’ molto importante, tuttavia, sottolineare il verbo “istanziare” che non va
confuso con elencare o simili; la sua accezione è fortemente legata al concetto
di algoritmo: esso è un’insieme formale di regole che, se eseguite
correttamente portano ad un risultato preciso, mentre l’istanziazione è
qualcosa di molto diverso, infatti non c’è più alcun agente che esegue
ciecamente i compiti previsti in quanto essi emergono dal comportamento stesso.
D’altronde il dibattito è venuto a galla proprio perchè i Churchland
affermarono senza troppe remore che la mente era un programma, non
un’istanziazione di esso; in questo modo tutti gli schemi di cui sopra non
verrebbero più a rappresentare le sintesi procedurali di alcuni importanti
processi cognitivi, ma i processi stessi ! Anche il lettore meno informato
sull’argomento si potrà facilmente rendere conto del pandemonio che queste
illazioni suscitarono nel mondo accademico e della gioia sfrenata di tutti i
programmatori di IA che, da quel momento, non lavoravano più su sterili listati
di codice, ma piuttosto su micro-menti a pieno diritto ! A mio parere, tuttavia, il
profondo effetto dovuto a questa posizione è proprio da ricercarsi nel connubio
instauratosi con altre branche delle scienze cognitive, prima fra tutte la
psicologia; che senso ha studiare i processi neurofisiologici del cervello ?
Questo era il motto dei sostenitori dell’IA forte, ma anche, e nessuno se la
prenda, della maggior parte degli psicologi, i quali preferivano uno studio di
“alto livello”, filtrato da ogni forma di elaborazione cerebrale. La vista,
l’udito, il tatto, il senso dell’orientamento, ecc. venivano (e vengono tuttora)
considerati a partire dai risultati (bottom-up) e, semmai successivamente, si
procedeva ad un indagine più accurata delle cause reali che dovevano generarli.
L’idea di fondo era quella che se tu sentivi un suono dovevi possedere un
sistema acustico appropriato, qualunque esso fosse: l’orecchio con il sistema
di ossicini, una cassa da 1 Watt, oppure, perchè no ?, un omino piccoletto che
sussurrava al cervello ciò che egli doveva udire. Il calcolatore per i
sostenitori dell’IA forte aveva un ruolo così marginale che furono addotti
esempi persino con macchine costruire con tubi e serbatoi ! Tutto ciò non potè
che accentuare il distacco esistente tra la psicologia e la fisiologia
funzionale: la prima galoppava verso innumerevoli traguardi, mentre la seconda
ristagnava nel grande mare delle conoscenze che da Golgi e Cajal hanno riempito
i libri di testo. Cos’è un neurone ? Che cos’è una rete neurale ? A che serve
il corpo calloso, il cervelletto, l’amigdala ? Per moltissimi anni domande come
queste (soprattutto l’ultima) cedettero il passo a questioni comportamentali
ben più evidenti, soprattutto tenendo conto del fatto che la psicologia
rivolgeva molti sforzi non solo alla comprensione, ma anche alla clinica. La
mente poteva essere quindi vista come un programma, e ciò non perchè
esistessero scoperte probanti, ma piuttosto perchè un’intricata matassa di
necessità legava le gambe ai pochi sostenitori del genuino approccio di stampo
medico-anatomico. Ma che ruolo gioca il test di Turing in tutto ciò ? Come
abbiamo già detto in precedenza esso è stato formulato a netto svantaggio per
le macchine e per di più impone che esse tentino in tutti i modi di proclamarsi
esseri umani a tutti gli effetti: insomma, si tratta di un gioco dove le
peculiarità della mente umana devono inevitabilmente essere codificate in un
lunghi programmi per calcolatore. Se ciò non accadesse si finirebbe col creare
semplici interfacce di colloquio come ELIZA di Weizenbaum[7] che
non possono nè superare il test, nè tantomeno riflettere i risvolti comportamentali
di un essere umano. Io credo che allo stato attuale l’unico modo per vincere al
gioco dell’imitazione sia quello di partire dall’assunto che la mente, pur non
essendo un reale algoritmo per calcolatore, debba comunque essere codificata in
termini di manipolazioni di simboli formali, anche se da ciò non ci si dovrebbe
aspettare più di tanto. Tuttavia, come fanno notare gli stessi Churchland:
<< ...il tipo di scetticismo (sulla mente come programma. N.d.GB)
manifestato da Searle ha numerosi precedenti nella storia della scienza. Nel
Settecento il vescovo irlandese George Berkeley trovava incomprensibile che le
onde di compressione dell’aria fossero, di per sè, essenziali o sufficienti per
dare il suono obiettivo. Il poeta e artista inglese William Blake e il poeta e
naturalista tedesco Johann Wolfgang von Goethe consideravano inconcepibile che
minuscole particelle potessero, di per sè, essere essenziali o sufficienti per
generare il fenomeno obiettivo della luce. Perfino in questo secolo alcuni hanno
trovato inimmaginabile che la materia inanimata, per quanto ben organizzata,
potesse da sola costituire una premessa essenziale o sufficiente per la vita.
E’ evidente che spesso quanto gli uomini riescono o non riescono a immaginare
non ha niente a che fare con la realtà, e questo accade anche a persone molto
intelligenti... >>. Cosa dire in proposito ? I Churchland, probabilmente
messi con le spalle al muro da un’ondata di critiche malefiche, hanno fatto il
ragionamento più logico che si potesse fare, prima ancora di qualsiasi
speculazione puramente razionale; è chiaro che queste affermazioni non sono
certo a suffragio della loro tesi (che resta in balia dei nemici dell’IA
forte), ma certamente esse permettono di giustificare l’uso dei programmi quando
si tenta di dimostrare l’intelligenza attraverso il test di Turing. Come
vedremo nel prossimo e ultimo paragrafo la risposta alla domanda sulle menti
non può ritrovarsi nemmeno nel tanto osannato esempio della stanza cinese e
metteremo in luce le cantonate tremende che lo stesso John Searle ha preso
trattando l’IA come un mezzo di conferma di un’ipotetica teoria della mente. Cominciamo
innanzi tutto col dire che questo non è un esperimento per la valutazione di
una coscienza artificiale: John Searle ingabbiato nella sua stanzetta cinese è
come un pesce rosso che dall’interno di una boccia di vetro crede che il suo
macrocosmo si consumi in pochi centimetri cubici. Allora, solo per dovere verso
la scienza, diremo che questa prova assomiglia tanto ad uno di quegli
esperimenti “puri”, ossia del tutto ideali e virtuali, molto spesso chiamati in
causa dalla fisica teorica e ci limiteremo a valutare quanto assurde siano le
sue premesse senza nemmeno sfiorare con la mente tutte le varianti, risposte e
alternative[8] che questo dilemma ha
suscitato. Cominciamo col dire che Searle ha perfettamente ragione quando
afferma che la sintassi non può generare la semantica, ciò mi sembra oltre che
ovvio da un punto di vista linguistico, anche estremamente razionale in quanto
non esiste alcuna regola che possa regolare il processo di significazione di
una frase espressa in un dato idioma. La sintassi è quindi solo un insieme di
prescrizioni che dovrebbero essere rispettate affinchè possa avvenire la
comunicazione tra due membri della medesima comunità culturale; per dirla come
Claude Shannon, essa rappresenta il codice comune sia all’emittente che al
destinatario e la sua integrità è alla base del processo di decodifica. Non
credo che, come i Churchland hanno spesso ribadito, dalla sintassi possa
scaturire alcunchè di straordinario, almeno finchè non viene introdotta la
semantica. La stanza cinese è un luogo virtuale privo di qualsiasi collegamento
con i significati e quindi incapace di significare; questo è il primo punto a
sfavore della tesi di Searle: chi ha mai detto che, qualora effettivamente la
mente fosse un programma, esso dovrebbe limitarsi a manipolare simboli senza
operare alcuna associazione con la realtà cosciente ? Noi stiamo dibattendo di
intelligenza artificiale, non di matematica pura ! Possiamo pensare di
costruire un programma che, pur manipolando simboli, operi nel contempo con gli
oggetti ad essi associati e quindi acquisti coscienza degli stessi: per
chiarirci le idee pensiamo ad un semplice sistema formale costituito da tre
simboli { A, B, C } e introduciamo una funzione biunivoca (chiamiamola f(x))
che associa a ciascuno di essi tre immagini, ad esempio (nell’ordine) un vaso,
un mucchio di terra e un fiore. Adesso analizziamo la proposizione:
ovvero:
per ogni fiore (C) deve esistere un vaso (A) pieno di terra (B). La regola
scritta sopra è espressa secondo il linguaggio formale della logica, ma, in
virtù delle associazioni mentali, è possibile immaginare la situazione pensando
direttamente alla sovrapposizione di f(A), f(B) e f(C), o, in termini meno
astratti, ad un quadretto in cui è raffigurato un vaso con un fiore; l’unica
condizione a priori – che tuttavia non può che essere esperita – è la necessità
di A e B affinchè C possa mantenersi tale. Con questo esempio ho voluto
mostrare che, seppur non conoscendo il sistema formale, è sempre possibile
utilizzarlo, magari con l’aiuto di un buon interprete, basandosi esclusivamente
sulla coscienza dei fatti o, per meglio dire, dei significati. Dov’è
il significato nella stanza cinese ? Per quanto riesca a sforzarmi io vedo solo
manipolazioni di simboli e ciò non mi stupisce più di tanto perchè questo è
proprio ciò che Searle desidera.... Tuttavia, per onestà intellettuale, bisogna
dire che una mente, per come la si voglia intendere, non può prescindere dalla
manipolazione di significati , i quali, a loro volta, scaturiscono
principalmente dall’interazione con l’ambiente esterno. Volendo costruire una
macchina secondo i criteri dell’IA forte, a mio parere, non bisogna
abbandonarsi ad un enorme gruppo di regole operanti su scarabocchi chiamati
comunemente simboli: un tale computer sarebbe in grado di fare molte belle cose
e magari anche di superare il test di Turing, ma non potrebbe mai essere
definito intelligente nell’accezione del termine che noi esseri umani
utilizziamo. In
pratica ciò che è accaduto è una miscomprensione da ambo le parti: i Churchland
proposero una visionaria teoria della mente e, dal canto suo, John Searle
rispose con un controesempio che di reale aveva forse solo la stanzetta ! L’errore
più grande commesso dai primi è stato quello di attruibuire al simbolo un
potere causale particolare, cosa alquanto strana data l’arbitrarietà dei
sistemi formali; mentre il secondo ha, non soltanto postulato l’impossibilità
di avere una mente priva di semantica, ma ha anche evitato abilmente l’uso
della stessa nel formulare il suo famoso esempio. Per un italiano (o un
inglese) gli ideogrammi cinesi restano sempre delle tracce più o meno graaziose
su un pezzo di carta, niente di più; e nessun sistema esterno che abbia come
dominio e codominio le stesse potrà mai estrarre informazioni chiarificatrici
sul perchè quei simboli sono stati tracciati. Per quanto ci si impegni nel
valutare tutte le possibili alternative (come ad esempio la risposta sui
sistemi formulata dai ricercatori di Berkeley) nessuna forza intellettuale è in
grado di piegare le barriere che separano il mondo dalle rappresentazioni, ma
questo Searle non l’ha detto, egli lo ha taciuto per ragioni a me ignote, ma di
certo col (falso) risultato di acuire la
portata della critica contro i sostenitori dell’IA forte. Rivalutiamo
adesso la domanda: “La mente è un programma ?”, lo stesso Searle risponde
quando gli si chiede se un calcolatore digitale può pensare che: << ...Se
per “calcolatore digitale” intendiamo una qualunque cosa per cui esista un
livello di descrizione al quale la si possa descrivere correttamente come
un’istanziazione di un programma per calcolatore, allora la risposta è (di
nuovo), ovviamente, sì, poichè noi siamo instanziazioni di una quantità di
programmi per calcolatore e siamo capaci di pensare. >>. Su questo punto
concordo pienamente con Searle ed evidentemente non posso che aborrire
l’ipotesi che la mia mente in quanto tale sia un programma, anche perchè:
<< ...La distinzione fra il programma e la sua realizzazione nei circuiti
del calcolatore sembra corrispondere alla distinzione tra il livello delle
operazioni mentali e il livello delle operazioni cerebrali. E se potessimo
descrivere il livello delle operazioni mentali come un programma formale,
allora, a quanto parrebbe, potremmo descrivere quella che è l’essenza della
mente senza ricorrere nè alla psicologia introspettiva nè alla neurofisiologia
del cervello. Ma l’equazione “la mente sta al cervello come il programma sta
allo hardware” fa acqua in parecchi punti... >>. Da ciò si evince
perfettamente il significato della parola “istanziare” e, senza forzare troppo
le parole, mi sembra che il passaggio da lista di istruzioni ad istanza della
stessa possa avvenire solo ed esclusivamente grazie ai quei processi di
significazione associativa di cui ho accennato sopra. Tuttavia c’è un neo su
cui vale la pena insististere ancora un pò: esiste una concezione molto diffusa
e anche corretta che vede l’intelligenza artificiale non solo come un prodotto
pseudo-tecnologico, ma piuttosto come base d’indagine per le scienze cognitive.
Naturalmente vorrei precisare che qui non si sta parlando di simulazione di
processi mentali, pratica ben accetta anche da Searle ed esposta molto bene in
[15], ma piuttosto della costruzione di organismi che possiedano realmente le
facoltà mentali che si desidera studiare. Proprio in quest’ambito il filosofo
californiano sembra proprio uscire dai gangheri: << ...Lo studio della
mente parte da fatti come quello che gli uomini hanno delle convinzioni mentre
i termostati, i telefoni e le addizionatrici non ne hanno. ...convinzioni che
abbiano la possibilità di essere forti o deboli, nervose, ansiose o salde,
dogmatiche, razionali o superstiziose; fedi cieche o cogitazioni esitanti; ogni
sorta di convinzioni. ...>>. Innanzi
tutto la prima affermazione è puramente illatoria in quanto non è nemmeno
scientificamente corretto definire una scienza in modo negativo, non si può
dire che la metereologia non studia le reazioni atomiche, la propagazione di
onde radio, etc. L’unico modo razionale di procedere è quello di porre delle
basi positive e su di esse costruire mattone dopo mattone una teoria ben salda;
e poi, chi ha mai detto che il mio termostato non ha convinzioni ? Esiste forse
una legge fisica che limita il concetto di “convinzione” ad un ambito
priviligiato come quello degli esseri umani ? Io credo di no, ma vorrei tanto
domandare al professor Searle che cosa gli passa per la testa quando pensa ad
una convinzione... Egli probabilmente mi rimanderebbe alla fine del suo scritto
“Menti, cervelli e programmi” per farmi rileggere ciò che io, con un pò di
furbizia, ho gia citato in quest’articolo: le convinzioni devono avere
attributi (rileggeteli, io non ho voglia di sprecare altre parole), cioè esse
devono potersi catalogare in modo altamente astratto all’interno di schemi
culturali lungi dall’essere primitivi. Insomma, per dirla con franchezza, in
quelle poche parole si trova un concentrato di anti-scientificità da far
rabbrividire perfino un cartomante ! Ma
poi, perchè il mio termostato non è convinto della temperatura ? La risposta di
Searle è semplicissima e di carattere umanitario (nei confronti dei sostenitori
dell’IA): altrimenti la mente sarebbe dappertutto e l’unica disciplina idonea
allo studio di questo psico-tutto dovrebbe a pieno diritto essere il
panpsichismo; la mia versione è leggermente diversa e in queste poche righe che
ci rimangono cercherò di esporla nel modo più chiaro possibile. Supponiamo,
tanto per non cambiare argomento, di avere un termostato; esso è normalmente
dotato di un sensore di temperatura che, per semplicità, consideriamo un
termistore, ovvero una resistore che modifica la sua resistenza con un legge
pressochè lineare con la temperatura. Se ad esempio a 20° si ha R = 200 Ohm, a
35° magari R sarà salita a 1500 Ohm; non ha importanza l’andamento della
funzione, ciò che conta è che esiste una relazione fisica ben definita che
collega la temperatura ambientale con un parametro particolare – uno stato
interno, per l’appunto. Tenendo presente la famosa legge di Ohm V = RI, se noi
facciamo scorrere una corrente costante nel termistore (ad esempio con un
transistor) la tensione che sarà presente ai suoi capi sarà a sua volta
proporzionale alla temperatura e, se facciamo bene le cose ed elimiamo le varie
costanti, possiamo dire che V = T. Quando il dispositivo è accesso ci sarà
sempre una V ai capi di R e quindi il sistema avrà una variabile di stato
interna continua (in senso matematico) la cui dinamica nel tempo descrive
l’andamento della temperatura nell’ambiente circostante. A questo punto sorge
il dilemma: secondo Searle il termostato non ne sa nulla di temperatura,
secondo me invece ha una consapevolezza molto più profonda di quanto si possa
immaginare. Il punto di scissione nasce dal tipo di conoscenza che viene
esaminata: da un punto di vista ontologico e gnoseologico io credo che pochi al
mondo sarebbero in grado di definire cosa sia la temperatura, ma sono più che
certo che chiunque è in grado di stimarne il valore in qualunque momento della
giornata e in qualsiasi luogo. Se una persona sa che la temperatura è bassa,
diciamo 8 °C, ella ha una convinzione in senso stretto, mentre se il termostato
possiede un valore interno di 8.0002 °C, ebbene, secondo quanto afferma Searle,
esso è del tutto incosciente. A me questa sembra una grossa incongruenza che
può scaturire solo dal fatto che si assiomatizza un principio di esclusione (le
macchine non possono avere convinzioni) senza alcun diritto. Io sono convinto
quando posso verificare (con qualsiasi mezzo, perfino l’accettazione di un
dogma) l’oggetto della mia convinzione e non ha alcun importanza se esistono
attributi o accidenti che possono essere correlati al mio stato interno, in
quanto essi vengono attribuiti da un’unità superiore che, sulla base di
svariati fattori tra cui l’esperienza, può dar vita ad nuovo stato interno (uno
stato dello stato) correlato con uno dei parametri esaurientememte elencati da
Searle. Anche in questo caso la minaccia del panpsichismo è infondata poichè la
mente non può certo essere presente solo a condizione che vi siano convinzioni e
non ha senso, per evitare una catastrofe conoscitiva, deliberare che i
possessori di essa debbano essere coloro trattano le informazioni in un certo
modo, mentre tutti gli altri non sono altro che meri automi privi di qualsiasi
scopo esistenziale. Il mio termostato non ha una mente, ma possiede di certo un
elemento che lo rende capace di interagire con l’ambiente esattamente come alcuni
microorganismi possiedono ciglia e flagelli che usano per deambulare e
fagocitare il loro cibo. Ma
allora esiste un confine tra un insieme di stati interni ed una mente ? A meno
di non voler scomodare Cartesio con la sua res
cogitans, io credo che nell’evoluzione non siano verificati “strappi” così
violenti da portare una scimmia o un criceto a divenire uomini dotati di mente;
io voglio supporre che in questo caso il numero sia l’elemento, se non chiave,
sicuramente il preponderante nella filogenesi della mente: oggi un cervello di
homo sapiens sapiens possiede circa 150 miliardi di unità attive (i neuroni) e
ciascuna di esse dialoga attraverso i neurotrasmettitori e i neuromodulatori
anche con ventimila altre cellule, sono mai state realizzate macchine di queste
dimensioni ? La risposta è no ! E non ha alcun senso quanto afferma Massimo
Piattelli Palmarini in [4] nel momento in cui dice che il connessionismo ha
portato moltissimi insuccessi quando gli esperimenti da lui citati facevano uso
di computer che simulavano tutt’al più qualche centinaia di neuroni
artificiali... Io ho spesso l’impressione che si voglia dimostrare la forza di
Mister Universo facendolo battere con un bimbo che muove appena i primi passi e
al primo disumano KO una folla inferocita salta in piedi gridando che aveva
ragione. Questa non vuole essere un’apologia al connessionismo (anche se di
fatto lo è), ma come ho detto in precedenza, l’approccio scientifico che parte
astraendo – come fa ad esempio la linguistica -
difficilmente riuscirà a condurci a risultati reali, cioè corroborati da
prove sperimentali; e non mi importa nulla che qualcuno venga a raccontarmi
favole che parlano di grammatiche generali o triangoli semiotici se prima non
mi si spiega come mai un bambino di poco più di 18 mesi non solo riesce a
parlare, ma è in grado di comprendere e, tanto per far esultare John Searle,
avere delle convinzioni. E’ mai esistito un linguista che ha studiato le aree
di Broca e di Wernicke ? Eppure le persone affette da afasie di qualunque tipo
presentano sempre lesioni in quelle zone del cervello... Io
credo che sia molto meglio studiare la mente utilizzando macchine programmate
nel modo più opportuno (una rete neurale artificiale è in fondo anch’essa un
programma) senza temere che qualche folle scienziato possa vanifare i nostri
sforzi chiudendoci all’interno di una stanza cinese e senza scoraggiarci di
fronte alla potenza esponenziale che i cervelli reali presentano. Vorrei
chiudere parafrasando il titolo di un bellissimo libro [22] del Premio Nobel
Rita Levi Montalcini: << Una stella non costituisce una galassia, ma una
galassia è costituita da stelle ! >>.
[2]
Searle J., Il Mistero della Coscienza, Raffaello Cortina [3]
Von Neumann J. Et alt., La Filosofia degli Automi, Boringhieri [4]
Piattelli-Palmarini M., I Linguaggi della Scienza, Mondadori [5]
Davis M., Il Calcolatore Universale, Adelphi [6]
Penrose R., La Mente Nuova dell’Imperatore, SuperBur [7]
Breuer H., Le Radici della Paura, Mente&Cervello n.8 – Anno II [8]
Dennet. D., La Mente e le Menti, SuperBur [9]
Pinker S., Come funziona la mente ?, Mondadori [10]
Aleksander I., Come si costruisce una mente, Einaudi [11]
Bernstein J., Uomini e Macchine Intelligenti, Adelphi [12]
Eco U., Kant e l’ornitorinco, Bombiani [13]
Minsky M., La Società della Mente, Adelphi [14]
Brescia M., Cervelli Artificiali, CUEN [15]
Parisi D., Simulazioni, Il Mulino [17]
Cammarata S., Reti Neuronali, Etas Libri [18]
Parisi D., Intervista sulle Reti Neurali, Il Mulino [19]
Parisi D., Mente. I nuovi modelli di vita artificiale, Il Mulino Sulla
neurofisiologia del cervello e della mente e sul cognitivismo [21]
Oliverio A., Prima Lezione di Neuroscienze, Laterza [22]
Oliverio A., Biologia e Filosofia della Mente, Laterza [23]
Montalcini R. L., La Galassia Mente, Baldini&Castoldi [24]
Boncinelli E., Il Cervello, la mente e l’anima, Mondadori [25]
De Bono E., Il Meccanismo della Mente, SuperBur [26]
Bassetti C. Et Alt., Neurofisiologia della mente e della coscienza, Longo [27]
Legrenzi P., Prima Lezione di Scienze Cognitive, Laterza [28]
Neisser U., Conoscenza e Realtà, Il Mulino Articolo sottomesso alla rivista di www.neuroscienze.net. Copyright (c) 2004 di Giuseppe
Bonaccorso – Tutti i diritti sono riservati.
[1] Per contatti: http://digilander.libero.it/giuseppe_bonaccorso oppure Email a giuseppe_bonaccorso@tiscali.it [2] E’ questo il nome che Turing diede al suo test. [3] In tal senso io nutro qualche dubbio: il test di Turing può anche essere superato con un approccio “a forza bruta” soprattutto quando l’interrogante non ha pretese particolarmente esigenti. Se ammettiamo che la durata della prova è comunque limitata, una grossa base di dati è in grado di contenere moltissime coppie domanda – risposta e il programma deve limitarsi ad inferire il risultato sulla base della correlazione esistente tra richiesta reale e archetipo pre-immagazzinato. Qualora ciò accada non credo che una siffatta macchina possa far fronte ad ulteriori situazioni intelligenti. [4] Assumiamo che il sistema di controllo non è dotato di alcun tipo di predittore sugli stati futuri. [5] Per maggiori informazioni rimando a letteratura matematica specializzata. [6] Questo breve brano è tratto da [6] a pag. 526. Invito il lettore interessato a prendere visione soprattutto dei primi e degli ultimi capitoli che chiariscono in modo esemplare il problema trattato. [7] ELIZA è un programma molto semplice che permette il dialogo con uno “psicoterapeuta virtuale”; esso si basa sull’analisi delle frasi introdotte dal paziente al fine di estrarre da esse l’oggetto principale (ad esempio, se io scrivo “Sono depresso”, ELIZA isola la parola “depresso”) per poi costruire con esso una risposta/domanda più o meno appropriata. (Es. “Perchè sei depresso ?”). [8] Per chi volesse leggere tutte le risposte all’articolo di Searle può consultare [1] da pag.346 a 354. |