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L'Unità del Pensiero |
ultimo aggiornamento: aprile 2008
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Le implicazioni della nascita della scienza moderna nel linguaggio del 1600 di FILIPPO GIORGI INTRODUZIONE
Vorrei chiarire, prima di dare inizio al saggio, su cosa esso verta esattamente. Il suo titolo potrebbe infatti sviare il lettore e farli credere che sia un testo di linguistica o di filosofia del linguaggio, ma non è così. Il saggio non cerca di mettere in luce i rapporti che legano la dimensione del linguaggio con quella della società (fatto che si da per saputo), ma piuttosto cerca di indagare quali effetti ha avuto sul modo di pensare (e quindi sul linguaggio) degli uomini del seicento il nascere e lo svilupparsi della metodologia scientifica e come essa si sia rispecchiata in un nuovo linguaggio che allora andava nascendo e che oggi ci ritroviamo come un dato di fatto acquisito. Agisco quindi come la civetta di hegeliana memoria analizzando a fatti compiuti come è avvenuto questo cambiamento e cosa ha comportato nel modo di pensare degli uomini. Avviso subito che non tenterò nemmeno di analizzare i fatti e gli avvenimenti che hanno portato alla nascita della scienza moderna, né tento un'analisi epistemologica della scienza del 600, ma indagherò solo le implicazioni che quest'ultima ha avuto sul linguaggio (il perché e soprattutto il come le ha avute). La ricerca intende articolarsi in due momenti: il primo sarà teso a far ricostruire rapidamente (e purtroppo anche sommariamente) la struttura del linguaggio nell'antichità; la seconda mostrerà come quanto indicato nella prima parte muti con il nascere della scienza moderna e le conseguenze che il nuovo linguaggio comporta.
IL LINGUAGGIO DEL MITO E DELLA FILOSOFIA
Per parlare del linguaggio nell'antichità lo si analizzerà in due momenti fondamentali: il mito e la filosofia. Occorre quindi definire cosa fosse il mito nell'antichità; lo definisco (usando una formula cara a Mercea Eliade) come la narrazione di un evento accaduto in illo tempore che funge da paradigma per ogni evento successivo ad esso simile. Il mito è quindi un evento archetipico la cui narrazione comporta la descrizione di un qualcosa sul quale modellare le proprie azioni o comunque che spiega perché si agisce in un certo modo invece di un altro. Nel mito l'uomo è chiamato a partecipare come tutte le altre creature ed egli è solo una parte dell'universo; sente che il suo agire non è un agire individuale, ma un agire in accordo (o disaccordo ed allora si parla spesso di empietà) con il Tutto e con le forze che lo governano. Un agire chiaramente problematico e ricco di momenti tragici soprattutto perché non è lui ad agire ed a decidere in prima persona, ma sono gli dei ed il fato a farlo.
Non si pensi però che l'uomo antico si considerasse una marionetta nelle mani di forze superiori, certo è che si considerava non come il centro dell'azione ma come un qualcosa che agiva in conformità con il resto del Tutto. Questo modo di pensare si rispecchiava nelle modalità e nel linguaggio con il quale il mito era narrato oltre che negli eventi narrati; nel mito non era importante tanto cosa si narrava o la precisione con cui lo si faceva (basti pensare alle varie discordanze fra miti narranti lo stesso fatto) ma ciò che si voleva mostrare al di là delle parole; il mito era concepito come un'indagine tesa a chiarificare in modo problematico e tragico il ruolo dell'uomo nel cosmo piuttosto che definire con esattezza come un determinato evento si era svolto. Per questo motivo il linguaggio descriveva una realtà mascherata e polisemica, una realtà in cui il cespuglio poteva essere un demone, il fruscio del vento, un canto, etc.. Nell'antichità il linguaggio è profondamente consonante con una visione della realtà intesa come un tutto vivente dove ogni parte risulta connessa ed inseparabile dall'altra poiché è il senso finale del tutto, non del singolo evento, quello che si cerca di chiarificare. Quando l'uomo dell'antichità, che agisce guidato dal mito, usa il linguaggio lo usa tenendo presente che ciò che descrive è il portato della volontà del tutto, il suo descrivere non prevede la separazione delle parti dal tutto per analizzarle separatamente, poiché il suo agire è l'agire del tutto. La separazione e l'analisi delle singole parti separate risulta impensabile in un contesto in cui agire del singolo ed agire del Tutto sono la stessa cosa.
Questo modo di sentire entra però in crisi non solo con il nascere della scienza moderna, ma già nell'antichità stessa quando si inizia a distinguere fra tempo sacro e tempo profano. Questa distinzione è il risultato del contrasto fra l'agire dell'uomo e il decidere del fato, agire che alle volte si mostra più problematico che consonante. Con il passare del tempo questa indagine porta l'uomo a riconoscersi come centro autonomo di azione e volontà anche se questo avverrà veramente solo con il nascere dell'epoca moderna. E' però nella filosofia antica che in primo luogo la “crisi del mito” si manifesta. La filosofia ed il mito hanno infatti la stessa origine e lo stesso scopo, ma diverso è il modo in cui intendono raggiungerlo; è la filosofia che per la prima volta si oppone al mito arrogandosi il dominio della verità. Ciò avviene perché la filosofia per superare il mito deve dimostrare di essere più valida di quest'ultimo nel garantire la sicurezza dell'uomo contro la casualità (e pericolosità) della realtà. Poiché nel mondo greco viene riconosciuto per la prima volta che solo la verità è eterna ed immutabile e quindi in grado di sfuggire al divenire della realtà, sarà proprio alla verità che la filosofia guarderà come strumento per affermare la sua “potenza” e la sua capacità di garantire ciò per cui è in ultima istanza nata, ovverosia la salvezza dalla paura per l'incontrollabilità del divenire del mondo (lo stesso motivo per cui era nato il mito).
Uno dei motivi che hanno fatto sì che la filosofia antica non divenisse scienza (intesa in senso moderno) è stato proprio il linguaggio di cui la prima si serviva: infatti quest'ultimo era strettamente connesso (nel bene e nel male) con quello del mito, l'unica differenza risiedeva nell'importanza data dalle due forme di sapere alla verità delle affermazioni prodotte e non nel modo in cui i fatti venivano descritti e questa verità ricercata. Il linguaggio che la filosofia antica sfruttava ha reso impossibile lo sviluppo di una scienza, come quella che si è andata sviluppando con la modernità; sarà con il suo mutare che sarà possibile il mutare della filosofia. S'intenda però che il processo di modifica del linguaggio e di nascita della scienza sono processi quasi contemporanei; in questa sede non intendo affermare che il linguaggio moderno ha creato la scienza moderna, ma solo che se il linguaggio della filosofia moderna non fosse cambiato e non si fosse diversificato dal linguaggio mitologico, non si avrebbe avuto la scienza moderna. Il problema è quindi quello di identificare quali cambiamenti il nascere della scienza moderna ha comportato sul linguaggio del `600/'700 ed in cosa si differenzi dal linguaggio mitologico/filosofico.
IL NUOVO LINGUAGGIO DELLA SCIENZA E LE SUE IMPLICAZIONI
La scienza moderna sorge dopo che ci si è resi conto che il sistema delle conoscenze di derivazione medievale non erano più in grado di rispondere alle nuove richieste che si andavano formando nella modernità. L'evoluzione della società, le nuove scoperte geografiche ed altri innumerevoli fattori hanno fatto sì che gli uomini del 1500/1600 prendessero sempre più le distanze dal modo di pensare caratterizzante il medioevo in quanto riconobbero che il precedente sistema dei saperi risultava inefficace per analizzare il “nuovo mondo” . Il lato innovativo risulta non tanto nell'attribuire al valore di verità delle proposizioni un'importanza decisiva, fatto che, come abbiamo visto, era già presente nella filosofia antica, quanto piuttosto nel fine che la scienza si propone di raggiungere. Non è questa la sede per affrontare un discorso sul senso della scienza, basti tenere presente che il lato significativo che della filosofia naturale va emergendo nel seicento è la sua vincente verificabilità che la dota di una evidente certezza immediata, nonché l'elevata applicabilità tecnica. La scienza si mostra quindi da subito come potenza e la sua potenza principale sta nella capacità di modificare il mondo per utilizzarlo per i propri scopi; il modificare il mondo però richiede che di quest'ultimo si abbia una visione diversa da quella che si aveva quando la vita dell'uomo era guidato dal mito. Nel mito era impensabile rielaborare la realtà per modificarla secondo il volere dell'uomo poiché la realtà era il Tutto di cui l'uomo stesso faceva parte. Il nuovo linguaggio che si andrà formando dovrà innanzitutto permettere la suddivisione del mondo in parti diverse. La capacità di scindere il mondo in parti diverse per rielaborarle è possibile solo se non esiste una connessione necessaria tra le varie parti e per fare questo è necessario che il mondo sia modificabile e non inteso come un tutto vivente eterno e già fissato nei suoi legami indissolubili. Nella sua operabilità la scienza scinde le singole parti in parti più semplici che risultano più utili per l'applicazione tecnica rispetto alle altre, questa divisione avviene però primieramente nella sfera del linguaggio. Quando Newton definisce la Forza di attrazione gravitazionale non fa altro che definirla in termini diversi in modo che quest'ultimi siano maggiormente utilizzabili della semplice espressione di “forza di attrazione” (che per esempio poteva risultare valida nel medioevo). Dire che F= ((Massa1*massa2/raggio*raggio)*costante) equivale a scindere il termine F (che è la forza che risulta evidente all'osservazione empirica poiché se lascio cadere un corpo questo sembra sempre cadere per terra attratto da una qualche forza) in termini diversi (massa, Massa maggiore , raggio(r) etc..) che la compongono nel mondo del linguaggio. Se consideriamo una centrale funzionante con mulini a vento possiamo notare subito che nella sua ideazione si considera il vento separato (meglio dire separabile) dal resto della realtà ovvero dal contesto in cui lo si presume immerso. Inoltre appare chiaro che il vento non sarà più analizzato come un qualcosa di indivisibile (per esempio il canto (se passa in mezzo agli alberi) o la furia degli dei), ma come un qualcosa composto a sua volta da altre parti (per esempio molecole più calde di altre così da promuoverne il movimento) la cui analisi ne permette un riutilizzo al fine di ottenere un determinato scopo. Il linguaggio scientifico non individua più quindi la realtà come un Tutto indissolubile, ma come un qualcosa di separabile in più parti e poi rielaborabile in virtù di questa scissione. Il nuovo linguaggio dovrà quindi permettere questa capacità di scissione e per farlo deve trattare di termini precisi l'uno separabile dall'altro, dai confini netti e facilmente distinguibili; nel linguaggio mitologico/filosofico le parole sono invece indeterminate e vaghe nonché fra loro legate da continui richiami e legami (come avviene nel linguaggio poetico). Inoltre la polisemia tipica del linguaggio antico (e soprattutto medievale) deve quindi cedere il posto ad una concezione secondo la quale un termine deve indicare una ed una sola realtà immediatamente riconoscibile, se un termine potesse significare più di una cosa si andrebbe incontro ad una serie di difficoltà che in alcuni casi apparirebbero insormontabili. L'uomo moderno può quindi sentirsi capace di modificare la realtà che lo circonda tramite la sua capacità di dividere le varie parti della realtà in parti meglio rianalizzabili; questa abilità si forma primieramente nel linguaggio che quindi si trova a dover mutare per permettere questa nuova capacità di analisi. Si pensi all'elaborazione hobbesiana sulla scienza vista come nominalismo radicale. Per Hobbes infatti la scienza non è altro che una giusta concatenazione di nomi, per essere concatenati i nomi devono essere divisibili( uomo è quindi animale + razionale e via dicendo). Anche se la teoria hobbesiana non è né l'unica né la migliore analisi sulla scienza del suo tempo risulta comunque significativa come indicatore di un cambiamento nel modo di intendere il linguaggio. In generale chiunque analizzi il pensiero degli studiosi di filosofia naturale si può facilmente accorgere che in generale l'atteggiamento dei filosofi non si discosta da quello di fondo di Hobbes quando considera la necessità del linguaggio di essere sezionabile e rielaborabile.
Ricapitolando, la cosiddetta rivoluzione scientifica comporta una serie di modifiche nel modo di utilizzare il linguaggio ( e quindi nel modo di intendere e rappresentare la realtà): prima di tutto le parole tendono a divenire termini dotati della caratteristica di essere divisibili in parti diverse nonché dotati di una maggiore determinatezza e singolarità per cui un termine deve significare una cosa e solo quella (l'albero non è piu ninfa o demone, ma un qualcosa e solo quello composto da tronchi, rami e foglie per esempio).
CONCLUSIONE
Il presente saggio non vuole assolutamente essere l'ultima parola sull'argomento ed invita quindi quanti ne sono interessati ad approfondire il problema (devo dire scarsamente dibattuto da un punto di vista storico). Credo che una serie di studi sull'argomento potrebbe approfondire di molto non solo la nostra conoscenza della cosiddetta rivoluzione scientifica (termine che io trovo riduttivo, perché accomuna autori da Cartesio a Newton ed oltre che seppur simili nell'impostazioni di fondo (o così potrebbe apparire) risultano fra loro profondamente diversi sotto molti aspetti), ma anche la comprensione del concetto di modernità tout court.
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