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L'Unità del Pensiero |
ultimo aggiornamento: aprile 2009
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L'Unità del Pensiero |
1) INTUIZIONE ED INTELLETTO
Innanzitutto occorre elaborare una teoria della conoscenza in cui siano ben distinti i ruoli dell'intuizione e dell'intelletto. All'intuizione viene riconosciuto il compito di generare "particolari idee", che poi si dimostrano essere quei "principi primi" o postulati che ciascuno porta in sé come corredo genetico. Questi principi furono già teorizzati da Aristotele dal punto di vista logico (ossia relativi al Pensiero) mentre per il corrispondente aspetto ontologico di "inizio" o arché (relativo quindi all'Essere) troviamo questa problematica già nella filosofia presocratica del VI secolo specialmente ad opera della scuola di Mileto, ma tracce e teorie in proposito sono ancora più antiche, come nei miti o nelle filosofie orientali. Le intuizioni costituiscono, in modo cosciente o meno, la partenza dei nostri ragionamenti, i fondamenti per cui pensiamo una cosa oppure no, insomma le radici delle nostre certezze. L'intelletto viene invece spodestato dall'essere "Io legislatore" (come voleva Kant) e più modestamente definito come una pura macchina logica di tipo inferenziale, il cui compito però importante è di ricevere le idee provenienti dal sistema dell'intuizione e di elaborarle portandole in una forma "razionale" (o concettuale) e comunicabile, adatta quindi per la conoscenza. Rimangono all'intelletto le strutture categoriali (e quindi concettuali) e la possibilità di assumere in sé altre idee oltre quelle provenienti dall'intuizione ai fini della ordinaria conoscenza: quelle che ricava dall'esterno (esperienza sensibile e cultura) e quelle che si costruisce al proprio interno mediante operazioni logiche. Tra queste ultime ad esempio: la deduzione, l'induzione, l'associazione e la combinazione delle idee, ecc.
2) LA CONOSCENZA
La conoscenza non è dunque un giudizio, né l'analisi di una proposizione da dichiarare vera o falsa: è un processo dinamico complesso ed elaborato per cui una serie di idee, ordinate in modo deduttivo nell'intelletto, "scoprono" l'intuizione da cui hanno avuto origine. In questo modo è possibile creare una "teoria logica" e se completa dei postulati dell'intuizione, e delle idee razionalizzate e portate a compimento dall'intelletto, costituisce una conoscenza vera, universale e necessaria. In altri termini "conoscere" vuol dire "elaborare teorie razionali" mentre i segmenti della ragione, privi dei postulati intuitivi, finiscono per essere solo personali opinioni (e quindi inservibili).
3) DIALETTICA DELL'INTUIZIONE
Le nostre intuizioni ben difficilmente vengono assunte dall'intelletto in una forma pienamente utilizzabile da questo, ossia razionale o almeno comprensibile. In generale il loro contenuto si trova ad essere elaborato nella forma composita "parte irrazionale + parte razionale". In altri termini ad un certo istante, in generale, una idea si troverà nell'intelletto parte in forma oscura, ambigua, e parte come si esprimeva Cartesio in forma chiara e distinta. Ad esempio l'idea "Dio ha creato il mondo" ha negli elementi "creare" e "mondo" la sua parte razionale, in quanto dotati di senso per l'intelletto. Ma il termine "Dio" è oscuro, ambiguo, non ha riferimento e potrebbe significare qualsiasi cosa. E' dunque solo un simbolo linguistico come X, inutilizzabile per l'intelletto. Il passaggio dalle forme intuitive a quelle razionali è una lenta operazione di chiarificazione delle idee. E' una metamorfosi che in genere si attua nel corso della vita del singolo individuo, ma che può avere addirittura una portata storica, come aveva già compreso Hegel che attribuiva però le tappe dello sviluppo dell'Idea allo Spirito, senza rendersi conto che anche lo Spirito è una idea intuitiva ancora da chiarire. Se poi consideriamo che il contenuto di una intuizione è sempre lo stesso nel procedere della metamorfosi, comunque si combinino la parte irrazionale con quella razionale si avrà che la "somma" di queste permane costante. Alla fine del processo l'idea pienamente chiarificata è quella che avrà la sua parte oscura eguale a zero, mentre al contrario una idea ancora "tutta intuizione" non possiede alcuna parte razionale.
4) LA METAFISICA
Il
sistema delle intuizioni, ossia delle idee costituenti i principi primi dei
nostri ragionamenti, determina nel suo complesso ciò che definiamo propriamente
Metafisica, anche se in generale ogni idea nel corso dell'elaborazione sfuma
dallo stato metafisico a quello razionale.
Essa contiene quindi tutte quelle forme non ancora pienamente elaborate dall'intelletto,
ancora "incomprensibili". Ad esempio la mitologia, la fiaba,
le
leggende, le espressioni mistiche o misteriose, la religione con i suoi
riferimenti all'anima e a Dio, le simbologie esoteriche, l'arte, la poesia,
il paranormale, ecc. insomma tutto ciò che non è stato ancora decifrato dal
sistema dell'intelletto raziocinante.
La Metafisica contiene in altri termini
tutto ciò che porterà, dopo un lungo periodo di elaborazione e trasformazione
delle intuizioni, alla conoscenza razionale. Intendo l'espressione "conoscenza
razionale" in
modo molto generale: potrebbe essere una teoria scientifica, o una teoria morale,
o altro. Kant condannò la Metafisica perché "fuori" dei limiti dell'esperienza,
ma non comprese che questo non era il suo difetto ma il suo grande pregio.
La Metafisica contiene quindi un immenso patrimonio di conoscenze, proposte
in forme oscure, che attendono solo l'evoluzione biologica dell'intelletto per
essere spiegate razionalmente, anche se sino ad oggi la mancanza di una teoria
esplicativa in proposito non ha certo favorito questa evoluzione.
5) CONCETTO E INTERPRETAZIONE
Sino ad oggi, in mancanza di una base teoretica, per chiarire la parte oscura delle nostre idee (quella ancora nella forma intuitiva) si è fatto ricorso a metodi artigianali, improvvisati, e basati sulle capacità personali di cogliere l'ignoto. I migliori intelletti si sono cimentati nell'arte dell'interpretazione (o ermeneutica) e recenti filosofie hanno creduto di trovarsi di fronte a verità "misteriose" a cui hanno attribuito addirittura uno status ontologico (cioè l'Essere coincide con il mistero, l'ambiguità, il polisenso, ecc.). L'interpretazione spontanea non è una metodologia adatta a chiarificare le idee, in quanto produce a sua volta più oscurità di quanto ne vorrebbe "chiarire". Se invece consideriamo che una stessa idea può essere simboleggiata in più modi (mi riferisco sempre alla parte "nascosta", irrazionale) si scopre che tutte le forme a cui dà luogo sono tra loro necessariamente sinonime, ossia sotto apparenze diverse si cela lo stesso significato. Compreso questo, attraverso l'elaborazione dell'intelletto si arriva al concetto razionale comune a queste forme, e basta quindi sostituirlo ad esse. Già Socrate affermava che le diverse opinioni possono trovare un concetto superiore che le comprende (cioè risultano tutte vere nell'ambito dello stesso concetto).
6) APPLICAZIONI
La Metafisica è dunque il parcheggio delle intuizioni, di tutte quelle idee primarie che non hanno ancora iniziato la metamorfosi verso la forma razionale. Nell'intelletto invece troviamo le idee già in elaborazione, o se si vuole in "trasformazione", parte irrazionali e parte razionali: io chiamo questo stato "in lavorazione" con il nome di Filosofia. La portata della teoria dell'Unità del Pensiero è assai vasta, di natura fortemente sintetica ed esplicativa, e permette applicazioni teoriche e pratiche in diversi campi. Ad esempio si può realizzare l'unificazione delle idee contrastanti su uno stesso argomento, individuando in esse quale sia la parte irrazionale e quella razionale. Fatto questo, la diversità delle parti oscure ed ambigue può essere annullata da un opportuno concetto (che annulla cioè le sinonimie) mentre le parti razionali, se rappresentano la stessa idea, occorre assicurarsi che siano ovviamente equivalenti. Un altro esempio, spostandoci in altro campo, può essere una diversa concezione della "follia". Le forme di pensiero del delirante, o del mistico, non rappresentano una patologia da eliminare, ma intuizioni ancora oscure che contengono informazioni importanti, a noi sconosciute perché ancora non siamo in grado di comprenderle. La stessa personalità umana può essere concepita come parte irrazionale e razionale, e la mente come un sistema dinamico in cui intuizioni dapprima oscure ed inconsce si avviano, tramite l'elaborazione intellettuale, a divenire conoscenze razionali.
7) LA PROTEOANALISI
Normalmente noi pensiamo secondo "argomentazioni", sappiamo costruire ragionamenti anche estesi, ma ben difficilmente, risalendo a ritroso le nostre idee, riusciamo a determinare i principi da cui i nostri ragionamenti sono partiti. La Proteoanalisi viene definita come una analisi della nostra mente che consente di percorrere all'inverso il processo di trasformazione e maturazione delle idee (quindi procede dall'intelletto verso l'intuizione). Ricercando via via gli antecedenti delle nostre idee, ci troviamo di fronte a proposizioni sempre più oscure, "metafisiche" come già spiegato. In questo modo si arriva ad una completa conoscenza del nostro essere, dal profondo delle sue radici sino alle idee già razionalizzate e coscienti. La Proteoanalisi è dunque una disciplina tesa al raggiungimento dell'autocoscienza, e consente all'individuo la creazione di teorie generali completando i suoi improvvisati "segmenti di pensiero" (che sono poi le opinioni soggettive). Dire cosa sia la Proteoanalisi spiegando gli scopi e l'oggetto di questa disciplina, è relativamente facile. La difficoltà vera consiste invece nell'applicazione della sua metodologia, ossia quell'insieme di procedimenti che consentono di costruire (o ricostruire) il sistema cognitivo del soggetto in analisi. Intanto vorrei spiegare il nome: "Proteoanalisi" è un neologismo ricavato dalla lingua greca, composto dal termine ben noto "analisi" e dal nome del mitico dio marino "Proteo". La scelta mi è sembrata opportuna per alcune caratteristiche che si concentrano su questa divinità greca, in analogia ad alcuni primari contenuti della teoria proteoanalitica. Notizie in proposito possono rinvenirsi innanzitutto nell'Odissea (libro IV, 349) oppure in Virgilio (Georgiche, IV) ma anche in Ovidio ed Orazio. Proteo, genio marino sottoposto a Poseidone, possiede il dono della profezia: egli conosce tutte le cose vere, passate, presenti e future. Però colui che desidera una predizione deve costringerlo con la forza mentre il dio riposa, legarlo solidamente, cosa a cui egli risponde dimenandosi e assumendo nel ribellarsi le più svariate forme. Proteo può trasformarsi non solo in vari animali, ma anche in un elemento, come l'acqua o il fuoco. Solo dopo che ha riconosciuto l'impossibilità a svincolarsi il demone si decide a rivelare la volontà degli dei e gli immutabili decreti del Fato. Le analogie che segnalavo sono le seguenti:
a) Proteo è una divinità, un demone, come quello che ispirava Socrate, capace di oracoli e predizioni. In questo si presenta come una figura dell'introspezione (non a caso è un dio marino, del profondo, dell'abisso); anche l'intuizione sorge misteriosa nell'inconscio umano, e per chi vuole, come l'intelletto attivo di Aristotele, la sua natura è forse divina.
b) Proteo è dio di verità, come è vera l'intuizione, e come questa che si nasconde assumendo infinite forme simboliche, anche il dio è proteiforme.
c) Una precisa caratteristica di Proteo è il suo ribellarsi, e quindi occorre forzarlo per ottenere da lui la verità; anche l'uomo, nella sua ricerca introspettiva, deve forzare se stesso poiché l'inconscio oppone una buona resistenza a svelarsi.
Proprio per queste caratteristiche mi è sembrato che Proteo potesse ben rappresentare i fondamenti dell'analisi intuizionale, e dunque ho chiamato questa disciplina "Proteoanalisi". In una sola espressione, e riferendosi al campo cognitivo, essa può tradursi come la disciplina che ha per oggetto l'analisi dei principi cognitivi presenti in ogni individuo, e dunque è una disciplina che può porsi (almeno come etichetta) nella psicologia cognitivista o se si preferisce nell'ambito della filosofia della mente. Come tutte le scienze, e qui condivido con Aristotele il pensiero, la Proteoanalisi si fonda su dei "principi primi" ossia dei postulati che dobbiamo ritenere per veri e che nel contempo risultano indimostrabili. Ma occorre subito fare chiarezza, anche perché proprio questo argomento svolge un ruolo importante nella teoria. Quando parliamo dei principi primi della Proteoanalisi, postulati ritenuti veri ed indimostrabili, non si deve pensare a delle generiche ipotesi convenzionali poste dall'intelletto, ma a specifiche idee che ricaviamo per via intuitiva (come suggeriva lo stesso Aristotele). A porre ipotesi, per l'intelletto non è difficile: possiamo supporre che il vicino di casa andrà al cinema, oppure indovinare il numero dei satelliti di Giove. La Proteoanalisi è scienza dell'intuizione, ossia della creatività individuale, ritiene i suoi stessi fondamenti intuitivi e determina con opportuna metodologia il sistema cognitivo del soggetto solo in base alle sue individuali intuizioni, non ai suoi ragionamenti. E' dunque una scienza dell'interpretazione, in quanto studia ed analizza proposizioni di significato incerto tentando di portarle ad una forma razionale e quindi del tutto comprensibile e comunicabile. Essa si fonda sui seguenti tre postulati o principi primi:
Primo postulato: il più importante, afferma che il sistema cognitivo originale del soggetto è in stretto rapporto alle capacità intuitive dello stesso.
Secondo postulato: l'insieme delle intuizioni originarie del soggetto è, nella maggior parte dei casi, non cosciente.
Terzo postulato: il fine prevalente della personalità umana è l'adeguamento al proprio sistema cognitivo (conosci te stesso).