L'Unità del Pensiero


ultimo aggiornamento: aprile 2008

 

 
 

SAGGIO  di  GIORGIO ORTU  

Tempo e Coscienza

 

Il piano della filosofia  ci indica che l’accento di questa coppia deve essere messo sulla “coscienza”, nel senso che è questa che coglie la “determinatezza” del tempo così come viene percepito. Determinatezza, si badi, che implica non solo la percepibilità del tempo, ma anche la sua “oggettività”.

 Coscienza senza tempo: la coscienza si può ritrarre in se stessa, può “gioire” della sua intima “natura”, essere appagata di sé a sé. E’ ciò che si può chiamare coscienza “assoluta”, nel senso che non abbisogna di altro da sé, e nel senso che non esiste tempo a turbarne la pace totale.

Dunque, il tempo “contamina” la coscienza, ma anche contamina ogni cosa, ogni realtà che sia solo fenomenica, che sia “fenomeno” per  la coscienza, che la coscienza l’abbia  determinata a essere

quel che appare.

Tempo senza coscienza: il tempo non è ancora “dispiegato”, il suo essere “in sé” gli impedisce di conoscersi nella sua “storia”. E’ il tempo  avvolto in se stesso, non ancora “carico” della storia del mondo: è il tempo che si è appena affacciato all’esistenza.

La coscienza deve “fare i conti” col tempo, in un certo senso deve immergersi nella sua “lordura” fatta di mondanità e di “affari” dell’esistenza. Una coscienza che non si “sporca” nel tempo e col tempo è certo “assoluta”, ma soprattutto manca di vita, perchè la vita si è imparato a conoscerla solo se fatta di scansioni temporali. Quindi è solo la coscienza stessa che “tocca” gli attimi del tempo, che “penetra” nella “datità metafisica” del tempo, che determina se stessa e il tempo a orientarsi verso le  “cose che sono”, a entrare dunque nella “storia” del Cosmo. Così, appunto, il tempo contamina la coscienza. Ma contamina anche la natura delle cose perchè queste entrano col tempo nella “storia” e si consumano...

Il primo rapporto di tempo e coscienza ci dice che il tempo è pura oggettività “proiettata” dalla coscienza, reso “oggetto” grazie alla proiezione, quando esso non è ancora “per sé”. La coscienza, sempre “in atto”,  coglie il dispiegarsi dal passato all’attimo presente, verso un futuro indeterminato, ma non ci sono contenuti al di fuori della determinatezza della coscienza, sicchè il tempo appare come un “blocco” che però viene risolto dall’ostinazione della coscienza in passato-presente-futuro. Ciò vorrebbe dire allora che il tempo come articolazione di dimensioni non esiste? Questo appunto avviene quando il tempo non conosce ancora il mondo. Ma quando il tempo “entra” nella storia del mondo, costituisce la storia grazie alla coscienza che penetra nell’attimo,  emerge la forza del passato a partire dal presente.

Ed è grazie alla coscienza, la cui sostanza  è nel passato, in ciò che è stato, piuttosto che nel presente, sempre nell’atto stesso di trasmutarsi in futuro-presente, o in passato-presente, che il tempo perviene alla conoscenza del mondo dopo essere stato proiettato e reso “oggetto” dalla coscienza.

Sia pure  costituito di attimi, soltanto il passato del tempo si può afferrare, si può far rivivere nel processo del ricordo, che pure nel mentre riemerge sprofonda di nuovo in un “altro” passato, nel futuro del passato,  divenendo così secondo passato.

Ma che cosa significa che il tempo è “per sé”, cioè che il tempo conosce il mondo?  Può significare che il “tempo” del tempo è venuto, e che esso è divenuto soggetto cosciente di sé. Ma possiamo dire che il tempo in sé e per sé è soggetto? Che sia sostanza questo è certo, ma che pure sia soggetto sembra azzardato affermarlo. L’unica cosa che si può dire allora è che con l’espressione tempo “per sé” si deve intendere il tempo che si accompagna alla coscienza ormai matura, alla coscienza che è penetrata nell’oggettività.

Se infatti si osserva la coscienza data nel tempo si vede che pure il tempo è fatto di coscienza, anche lui è capace di entrare all’interno di sé, sicchè  può affermarsi che il tempo  è appunto sostanza, ma è questo certo  grazie alla coscienza.

E si tratta di una sostanzialità  che non può più “liberare” se stessa nel senso di ridursi ancora all’in sé immediato, e quindi non può togliere l’attimo da sé, essere immobile come invece sa fare la coscienza. Questo accade quando la coscienza “tocca” il tempo nell’attimo presente, e si sofferma in esso, come a voler cercare una maggior indeterminatezza accanto al tempo, dentro il tempo. L’attimo è così come “strappato” al tempo. Questo fare particolare della coscienza la denota come coscienza che percepisce se stessa come incompiuta, senza il tempo, come una coscienza che esce dalla determinatezza del suo oggettivarsi  e tocca l’attimo presente.  Se dunque il tempo può essere privato dell’attimo, è anche vero che l’attimo è la  “condanna” del tempo, perchè con l’attimo il tempo si cala nel mondo e vi si “sporca”. Ma anche trova nell’attimo stesso la sua salvezza, la sua “eternità”, perchè l’attimo è irriducibile ad altro fuorchè alla coscienza  e come tale ha una natura metafisica.

E così dunque, se esiste la coscienza dell’attimo temporale, esiste anche l’ora nella quale il “tempo” conosce se stesso, senza esser capace di rabbrividire a questo sguardo volto dentro di sé, perchè esso coglie se stesso al di “fuori dell’attimo”, che gli era stato tolto dalla coscienza, come per una “mediazione” con sé, di sé a sé: sostanza immediata, chiusa al proprio interno.

Né il tempo né  la coscienza conoscono la paura; questa non è  in grado di piegare il tempo alla sua determinatezza nel momento della percezione che la coscienza compie,  né può renderlo preda dell’angoscia, sicchè il tempo rimane in sé.

Per questa ragione il “ghiaccio” che il tempo si conduce appresso soltanto la coscienza col suo calore può scioglierlo, e fare del tempo un camino dove arde un fuoco, un focolare acceso. Il ghiaccio del tempo è quello di un ente che non è capace di amare, perchè gli manca la soggettività. Per questo il tempo non può fare progetti, e quindi il futuro, come tempo che sarà, non esiste.

Il Cosmo non è quello descritto da Einstein,  e il tempo non è una dimensione, la quarta dimensione. C’è parecchio illusionismo nell’idea che Einstein si è fatta del tempo. E’ come se questo fosse stato “gettato”, non si sa come né da chi, all’esistenza. Il tempo di Einstein è un fantasma senza soggettività, una disposizione “assoluta”  nel Cosmo, che “giace” immobile nella sua inerzia.

L’idea che il tempo sia fatto di attimi è quella giusta. Perchè l’attimo non si può annullare; neppure la coscienza riesce a farlo, né del resto desidera farlo. E così come la coscienza non può “perdere” se stessa, neppure nell’alterità dell’oggetto, il tempo è garantito dall’attimo nella sua esistenza.

La coscienza perderebbe se stessa se solo fosse possibile annullare il tempo, renderlo progressivamente uguale a zero, nella discesa vertiginosa verso lo zero. E quello sguardo gettato dentro di sé, quando essa rientra in se stessa, o è in sé, indica solo un’ipotesi limite e astratta., ma solo nel senso che non è costruttivo.

Ma immaginiamo di costruire il tempo come continuo, qui non si potrebbe avere nessuna cancellazione dal cosmo dello stesso tempo. E allora la coscienza avrebbe la possibilità di diminuire sempre più, ma mai arrivando alla nullità, la sua struttura articolata di Io e contenuti di coscienza.

Accadrebbe anche, allora, che la coscienza potrebbe scendere dietro il tempo, inseguire, procedere in doppio col tempo, essere anzi “trascinata” dal tempo.

Questo dunque avviene: la coscienza si accoda al tempo, si accoda a contenuti infinitesimi di tempo

e sarebbe di una sintesi perfetta, una sintesi capace di procedere all’infinito, nella quale l’ipotesi di una unità tempo-coscienza sarebbe molto concreta e plausibile. Questo è, per un certo verso, il principio nel quale la coscienza “precipita” nell’abisso di un nulla del tempo che non incontrerà mai. Infatti solo la concezione del tempo come divisibile all’infinito, potrebbe dar “tregua” alla coscienza, mentre una idea quantistico-discreta del tempo, quella dell’attimo come sostanza, condurrebbe all’attimo “ultimo”, quello oltre il quale si spalanca la fine dell’abisso finito, quello cioè al di là del quale non c’è nulla,  sebbene si potrebbe conoscere nella sua unità quantitativa.

Questo è un  problema, ovvero se sia  possibile pervenire all’attimo ultimo.

In qualsiasi modo si ponga la questione, possiamo osservare  che non risulta agevole azzerare il tempo, e questa è anche la salvezza della coscienza, la quale pure procede nel suo “cammino” temporale attraverso “salti” di tipo quantistico.

Siamo dunque arrivati  a porre tempo e coscienza sullo stesso piano, sul piano della loro formale “unità”. Per questa ragione né l’uno né l’altra potranno mai annullarsi, e ciò perchè la separatezza che può caratterizzarli è solo astrazione. E’ un giuoco astratto, che ci è stato utile per capirne la sostanza.

Allora, se l’Io, centro e motore della coscienza, è impossibilitato a tenere testa al tempo nel suo sviluppo, ne segue che all’interno di tale unità tempo-coscienza,  il tempo è sempre “avanti”, procede nel suo cammino di attimi,  percepiti dalla coscienza, senza che la coscienza dissolva se stessa, a causa del fatto che la coscienza è immobile, e può trarre benefici da siffatta percezione nell’unico modo possibile per lei, quello di “stare alla larga” dal tempo come ente percepito in forma di separatezza.

Ma ciò implica che la non mobilità della coscienza  abbia un fondamento proprio ontologico, così come l’ontologia entra nel “giuoco”  del tempo, una volta che lo si veda in rapporto unitario con la coscienza.

Eppure, è necessario affermare che la coscienza “nasce” dal tempo, che in origine solo il tempo esistesse, di tipo indeterminato, e che da questa indeterminazione sia nata la coscienza, come per un movimento inconsapevole del tempo, pura oggettività primaria posta nelle “viscere” del Nulla. Il ruolo della coscienza non è quello di “venire alla ‘luce’”, ma quello di costruire un universo, ma non in senso idealistisco talchè la coscienza edificherebbe un mondo con un semplice “fiat”, quanto invece di  “muoversi”, accanto al tempo,  per un processo tutto immanente e necessario,  come se avvenisse dall’in sé incompiuto verso il “per sé”, divenendo in tal modo “soggetto”  capace di conoscenza di sé e dell’altro, costruzione del mondo “involontaria”, certo, ma che pure avviene.  Questo è il punto. L’assoluta necessità che il tempo dispieghi se stesso nel movimento verso la totalità del Cosmo, passando attraverso la coscienza. Non interessa qui sapere il tipo e la quantità delle particelle implicate nella “creazione” del mondo, e nel suo evolversi, ma interessa invece l’Energia che entra in scena, a partire dal momento in cui la coscienza che viene “mossa” dal tempo risulta capace di un’oggettivazione del suo essere per sé.

Infatti, l’attimo in cui la coscienza perviene alla propria soggettività, è anche il momento nel quale essa “acquista” un mondo, è anche appunto l’apparire del mondo, dove il tempo ha assunto un ruolo di oggettività “materiale”, e non più mera proiezione della coscienza.

Tempo e coscienza sono dunque i “genitori” del mondo, per questo il mondo è complesso e ci svela  un ordine, e ha in sé il proprio destino.

Il destino del mondo è il destino che tempo e coscienza hanno imposto al mondo, un destino che dall’oggettivo completamente esplicato, fa ritorno a una “soggettività” che infine, ripiegata in sé,  trova nella assolutezza della “pace” del nulla,  divenuto padrone di tempo e coscienza, la propria natura,  il cessare di attimo e Io.

Se infatti solleviamo ancor più il nostro sguardo, andando al di là di tempo e coscienza, troviamo quel “nulla” che quasi sembra attendere in agguato che le cose che sono seguano il loro corso, dalla vita materiale alla morte e ancora alla vita, con accanto tempo e coscienza. In un processo fatto certo di dolore, ma che trova la sua sostanza nella violenza che tempo e coscienza hanno compiuto verso l’assolutezza del Nulla.

Non quindi “vendetta” da consumarsi nella guerra tra esseri, “macchiati” di colpa originaria, ma necessità di sviluppo, che inevitabilmente conduce alla sofferenza gli esseri che abitano il mondo, che sono essi stessi mondo.

Il dolore fa parte della sostanza del mondo, il dolore è nel mondo, il dolore è il mondo, perchè solo attraverso di esso è possibile il mutamento, è concepibile il divenire e la crescita delle coscienze, divenire e crescita che come tali hanno un fine, posseggono in sé una fine: che tutto al termine del viaggio sia capace solo di approdare a un Nulla in sé implicato, non infinito, non assoluto se non nella misura in cui non c’è altro da sé, che già subito “prepara” ancora le doglie del  “parto” di tempo e coscienza, di nuovo capaci di apparire sulla scena.

E’ la ruota eterna dell’eterno ritorno, necessario perchè la coscienza non è materiale ma spirituale e  la natura metafisica del tempo lo costituisce come spirituale al pari della coscienza, e lo spirito è immortale non perchè sia contrapposto alla materia, la quale sarebbe fatta di caducità nel suo muoversi innanzi, ma perchè  il nulla è il suo fondamento, è il bisogno del nulla assoluto da cui scaturisce dispiegandosi per tutto il corso della storia temporale  del cosmo.

E’ certo concepibile un cosmo in cui sia il tempo che la coscienza non sono presenti, ma di ciò noi non possiamo avere notizia, perchè noi siamo nel tempo grazie alla coscienza costretta a cogliere il tempo in tutta la sua determinatezza, quando essa si cala nel mondo.

Si è visto in tal modo che l’unità di tempo e coscienza è dinamica, che il loro destino nell’unità è quello di annullarsi e quindi di portare a esistenza un mondo, poichè il nulla da cui nascono mantiene sempre in sé la loro impronta eterna, ed essi sono sempre pronti a rimettersi “in giuoco” nell’avventura del mondo.                                                                      

                                                                                                                                                                                                                          


      oppure