L'Unità del Pensiero


ultimo aggiornamento: aprile 2008

                             
               

 

 

QUANDO DIALOGARE E’ INTERROGARSI

 

Piano di discussione: Parlare 

  • Ti piace parlare?
  • Pensi mentre parli?
  • Mentre parli, guardi le facce delle persone con cui stai parlando per vedere se ti stanno seguendo?
  • Ascolti mentre parli?
  • Mentre parli pensi a quello che dirai dopo?
  • Quando incominci a dire una frase, sai già tutte le parole che userai e come le metterai insieme?
  • Ci sono momenti in cui non riesci a trasformare in parole quello che intendi dire?
  • A volte dici cose che non intendevi dire?
  • Cosa preferiresti: pensare di più. Parlare di più, scrivere di più?

 

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Parla Umberto che dice: “Mi piace parlare”.

Leggo in lui il bisogno di un tempo non più conosciuto. Il tempo del dialogo. Sente suo quel tempo, lo trattiene, aggiunge qualcosa, vuole ancora altro tempo per sé.

“Mi piace parlare”, ribadisce e ride.

Vorrebbe dire altro ma il pensiero fatica a tradursi in parole e così quel bambino rimane costretto dentro quei termini che non riescono a spiegare ciò che lui prova. Non è il linguaggio a parlare, siamo noi a usare il linguaggio. Umberto rimane confinato entro quell’orizzonte linguistico che gli appartiene, non ha molte parole da spendere, quelle poche hanno poche possibilità di tradurre i suoi pensieri.

Tina: “Ci sono sempre momenti in cui troviamo difficoltà nel dire a parole ciò che pensiamo”.

Vincenzo: “Mi sfuggono le parole, capita di essere precipitosi”.

Antonio: “A volte non trovo le parole giuste”.

Salvatore e Marco aggiungono: “Se sono timido”.

Il pensiero controlla le parole, sceglie le più adatte, ne stabilisce il corso.

Pensi mentre parli ?

Domenico: “Io penso sempre mentre parlo per non sbagliare”.

Ma il pensiero è rapido nel suo fluire e così le parole.

Tina: “Io non sempre penso mentre parlo”.

Ma le parole vogliono essere ascoltate e comprese, vogliono attenzione.

Vincenzo: “Io le persone le guardo se mi stanno ascoltando mentre parlo, altrimenti m’arrabbio”.

Tuttavia il capire non è sinonimo di condivisione.

Umberto: “Rifletto su quello che l’altro dice per contrastare”, le sue parole esprimono la voglia prepotente di affermare se stesso.

Tina: “Ascoltare l’altro mi consente di regolare il mio comportamento in relazione a ciò che l’altro dice”.

Mentre parli pensi a quello che dirai dopo ?

Domenico: “Non penso a quello che dirò dopo ma mi soffermo su quello che sto dicendo mentre parlo”.

Vincenzo: “Se devo aprire un discorso con un altro devo sapere quello che dico. Esempio: litigo con la mia amica, poi vado a casa sua per chiarire, so già cosa le dirò”.

Cosa preferisci: pensare di più, parlare di più, scrivere di più?

Roberta: “Preferisco scrivere così imparo”, e l’immagine che se ne ricava è davvero bella. Come un guardarsi allo specchio per correggere i capelli oppure il vestito o anche un’espressione.

Lo scrivere come un fotografare se stessi e ritrovarsi poi in quelle parole per correggerle, per aggiungere, togliere o articolarle in altro modo.

 

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Piano di discussione: ragioni e convinzioni

·         Potresti credere una cosa vera e poi scoprire che è falsa?

a)       Egli ha viaggiato continuamente per ventiquattr’ore, sicché sarà molto stanco.

·         Potresti credere una cosa falsa e poi scoprire che è vera?

·         Potrebbe una vostra convinzione risultare falsa, anche se avete mille ragioni per credere in essa?

·         Vorreste che tutte le vostre convinzioni fossero vere?

·         La finzione è vera, falsa, o né vera e né falsa?

 

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“…E tuttavia ridiscese nella vecchia dimora, dagli amici di un tempo. I suoi occhi, abituati alla luce, sembravano essere diventati ciechi. I compagni lo derisero, dissero che allontanandosi da quel luogo si era rovinato la vista e si convinsero che non valeva la pena uscire dalla caverna. Cercò di scioglierli e di portarli in alto, ma quelli non accettarono e, anzi, minacciarono di ucciderlo”.

Ognuno di noi è dentro la sua caverna e le ragioni e le convinzioni ne bloccano l’uscita sicchè il liberarsi da quella prigionia è cosa non facile: quantunque qualcuno capitasse dentro quella caverna a spiegare cosa fare per uscire, nessuno l’ascolterebbe, stretto alle sue convinzioni opporrebbe resistenza.

Potresti credere una cosa vera e poi scoprire che è falsa ?

Tina: Un banco su una sedia penso che può cadere, può anche non cadere.

Domenico: Una scossa di terremoto, penso che la scuola può cadere ma è possibile anche che non cade.

Anticipazioni del giudizio, pregiudizio, forma che incatena la mente laddove non ci si apre ad altre possibilità. I bambini si mostrano interessati a rilevare quelle situazioni in cui pur avendo previsto, in base alla propria esperienza, conseguenze di tipo A, di tutt’altro tipo risultano essere poi.

Vincenzo: Quando un amico mi fa credere vera una cosa che invece è falsa.

L’inganno dell’amico che fa credere una verità-menzogna. I bambini ne parlano, hanno già sperimentato quanto poco, talvolta, ripaga la fiducia riposta nell’altro.

Il fingere senza avvisare che di finzione si tratta. Lì sta l’inganno.

La finzione è vera, falsa, o né vera e né falsa ?

Domenico: La finzione è falsa.

Tina: la finzione è né vera e né falsa, soltanto finzione.

Egli ha viaggiato continuamente per ventiquattro ore sicchè sarà molto stanco.

Tina: E’ possibile anche che non sia stanco.

Luigi: E’ possibile che abbia riposato durante il viaggio.

Antonio: Dipende su quale mezzo ha viaggiato, se in auto oppure in treno.

La conoscenza è sinonimo di ricerca, di indagine. Ogni convinzione personale circa la stanchezza o meno del viaggiatore, non si apre al vero se non ascolta l’altro e il proprio vissuto. Di nuovo ritorna l’immagine del prigioniero che ridiscende nella caverna a spiegare agli amici di un tempo quanto diversa sia la realtà da quella finzione.

Ma la finzione in quelli era convinzione, non riuscirono a liberarsene e l’altro non ascoltarono.

Dialogare è una strada in salita, un cammino difficile che affatica non poco.

Potrebbe una vostra convinzione risultare falsa, anche se avete mille ragioni per credere in essa ?

Umberto: La scuola mi annoia, preferisco fare sempre educazione fisica,  giocare, questa la mia convinzione.

Il dialogare si rende necessario se l’altro si vuole interrogare e capire.

Salvatore, Umberto: Non stare a scuola può portare a frequentare brutte compagnie.

C’è un mondo dentro questi bambini fatto di pensieri, di timori, di voglia di scappare, di urlare, di essere ribelli.

Occorre ascoltare per capire, non pretendere di imporre alcunché ma accompagnare Umberto e gli altri bambini lungo la strada delle convinzioni per aiutarli a smontarle e vedere cosa esse nascondono.

Perchè dialogare significa varcare una distanza, riconoscere l’“altro” nella sua irriducibile alterità per incontrarlo e comprenderlo.

   

                                       PINA MONTESARCHIO

                                                                                                                                                                                      

 


      oppure