L'Unità del Pensiero


ultimo aggiornamento: aprile 2008

 

 

 

IL RAPPORTO TRA L'UOMO E IL MONDO NELLA FILOSOFIA DI IMMANUEL KANT

 

Ho pensato di trattare il rapporto tra l'uomo e il mondo nell'opera di Kant come un viaggio nel corpo umano, anzi nella mente umana. Partiremo dagli stimoli esterni per entrare nelle strutture della sensibilità, poi nell'intelletto, e infine nella coscienza. Tenteremo di conoscere l'uomo come inteso da Kant e nel contempo avremo un'idea del mondo esterno. L'opera che meglio si presta a questa trattazione è la Critica della ragion pura. L'obiettivo di Kant in questo scritto è quello di trasformare la filosofia in scienza. Lo strumento per attuare questo proposito è la ragione, in quanto è una facoltà capace di individuare i principi a priori della conoscenza. Per “principi a priori” si intende ciò che viene prima della conoscenza, cioè la anticipa e la rende possibile.

L'indagine inizia dunque con l'intuizione, che avviene attraverso i sensi. La mente riceve gli stimoli provenienti dai sensi in strutture atte a ricevere questi stimoli e a trasformali in rappresentazioni. Kant individua la prima struttura nello spazio: essonon rappresenta punto una proprietà di qualche cosa in sé, o le cose nel loro mutuo rapporto; ossia, non è una determinazione di esse, che appartenga agli oggetti stessi, e che rimanga anche se si faccia astrazione da tutte quelle condizioni soggettive dell'intuizione” [1]. Quindi, lo spazio non appartiene agli oggetti e neppure viene ricavato dall'esperienza, ma è una rappresentazione a priori che precede e rende possibile l'esperienza empirica; “se sottraete a poco a poco dal vostro concetto empirico d'un corpo tutto ciò che vi è di empirico, il colore, la durezza, la mollezza, la pesantezza e la stessa impenetrabilità, resta tuttavia lo spazio che esso (che ora è del tutto svanito) occupava, e che non può essere soppresso” [2]. Quando da un'intuizione esterna vengono tolte tutte le determinazioni empiriche degli oggetti rimane lo spazio, una rappresentazione a priori che costituisce la struttura della nostra sensibilità. Così, “se togliete via dal vostro concetto empirico di ciascun oggetto, corporeo o incorporeo, tutte le proprietà che l'esperienza vi insegna, non gli potete nondimeno togliere quella, per cui lo pensate come sostanza, o aderente a una sostanza (sebbene questo concetto abbia una determinazione maggiore che quello di oggetto in generale)” [3] . In altri termini, poiché il concetto di sostanza comprende in sé quello di estensione, astraendo dalle determinazioni empiriche dell'oggetto non è possibile separare il predicato dell'estensione dal concetto dell'oggetto in generale. Il giudizio “tutti i corpi sono estesi” non è tratto dall'esperienza, ma deriva dalla stessa scomposizione del concetto di oggetto in generale, in base al principio di non contraddizione. Questo tipo di giudizio è definito da Kant come analitico e distinto dal giudizio sintetico a priori. La matematica costituisce un esempio di giudizio sintetico a priori: infatti, il concetto di somma aritmetica è a priori e non necessita di alcun riferimento all'esperienza sensibile, mentre il numero risultante da una qualsiasi somma è ricavato ricorrendo ad una intuizione corrispondente, come ad esempio a dei bastoncini oppure alle dita. Ribadiamo ancora una volta che il giudizio analitico come quello sintetico a priori non derivano dall'esperienza. È quindi significativo il fatto che la geometria sia la scienza che determina le proprietà dello spazio sinteticamente a priori; ciò significa che in geometria le proposizioni sono dedotte necessariamente prima della percezione di un qualsiasi oggetto. Per Kant questo significa aver dimostrato la natura a priori dello spazio.

Come lo spazio, “il tempo è una rappresentazione necessaria, che sta a base di tutte le intuizioni. Non si può, rispetto ai fenomeni in generale, sopprimere il tempo, quantunque sia del tutto possibile toglier via dal tempo tutti i fenomeni. Il tempo dunque è dato a priori. Soltanto in esso è possibile qualsiasi realtà dei fenomeni.” [4]. Ciò è confermato dal concetto di cambiamento. Infatti, se la rappresentazione del tempo non appartenesse all'intuizione interna, cioè alla nostra mente, e quindi non fosse a priori, l'uomo non potrebbe concepire alcun concetto di cambiamento. Tutte le rappresentazioni della nostra mente possono corrispondere o meno agli oggetti esterni; il mutare delle nostre rappresentazioni interne indipendentemente dai fenomeni esterni conferma la natura a priori del tempo. Di conseguenza, il tempo è la condizione formale dell'intuizione interna e condizione a priori di ogni fenomeno in generale, sia di quelli interni che, in modo mediato, dei fenomeni esterni. Il tempo è la forma del senso interno, cioè intuizione di noi stessi, mentre lo spazio è la forma pura di tutte le intuizioni esterne. Ne consegue che, astraendo dall'intuizione di noi stessi e delle intuizioni esterne presenti nella nostra facoltà rappresentativa, gli oggetti divengono qualcosa per sé stante, ovvero senza tempo.

È questo un punto fondamentale del rapporto tra l'uomo e il mondo. Infatti, secondo Kant lo spazio e il tempo si riferiscono agli oggetti in quanto fenomeni, cioè in quanto vengono a stimolare i nostri sensi; ne consegue che le qualità e le relazioni che noi attribuiamo agli oggetti dipendono esclusivamente dalla natura delle nostre strutture dell'intuizione. Tutto ciò che riguarda gli oggetti in se stessi non è rilevato dalle nostre facoltà e rimane a noi sconosciuto. Kant chiarifica che “ogni nostra intuizione non è se non la rappresentazione di un fenomeno; che le cose, che noi intuiamo, non sono in se stesse quello per cui noi le intuiamo, né i loro rapporti sono cosiffatti come ci appariscono, e che, se sopprimessimo il nostro soggetto, o anche solo la natura subbiettiva dei sensi in generale, tutta la natura, tutti i rapporti degli oggetti, nello spazio e nel tempo, anzi lo spazio stesso e il tempo sparirebbero, e come fenomeni non possono esistere in sé, ma soltanto in noi. Quel che ci possa essere negli oggetti in sé e separati dalla recettività dei nostri sensi ci rimane interamente ignoto.” [5].

Questo discorso non riguarda solo i nostri sensi, ma anche le strutture del pensiero. La conoscenza consiste infatti nel pensare le rappresentazioni degli oggetti che le nostre forme pure a priori di spazio e tempo hanno fornito alla nostra mente. In altri termini, “senza sensibilità nessun oggetto ci sarebbe dato, e senza intelletto nessun oggetto pensato. I pensieri senza contenuto sono vuoti, le intuizioni senza concetti sono cieche” [6]. Certamente, le leggi del pensiero sono spiegate dalla logica, che fornisce i criteri di verità: ciò che contraddice con essi è evidentemente falso. Tuttavia, un criterio esclusivamente logico di verità è condizione necessaria ma non sufficiente per l'intelletto; potrebbe verificarsi il caso in cui una conoscenza fosse conforme alla logica, cioè non contraddittoria in se stessa, ma in contraddizione con l'oggetto. È quindi importante sottolineare ancora una volta l'unità necessaria tra la conoscenza dell'intuizione e quella dell'intelletto, anche se l'intuizione è una rappresentazione che si riferisce immediatamente all'oggetto, mentre la conoscenza per concetti, che appartiene esclusivamente all'intelletto umano, è mediata o discorsiva. L'intelletto giudica, cioè pensa, per mezzo dei concetti. Questi si riferiscono alle rappresentazioni di oggetti ancora indeterminati come predicati di giudizi possibili; ma ogni concetto accoglie sotto di sé una serie di rappresentazioni, mediante le quali può riferirsi agli oggetti. Ciò che ne consegue è chiaramente espresso nel seguente esempio: se sotto al concetto di corpo viene raccolta la rappresentazione di metallo, il concetto di corpo significa metallo. Diventa così possibile il seguente giudizio: “ogni metallo è un corpo”.

Abbiamo visto come le rappresentazioni sono raccolte sotto ai concetti e come ciò renda possibile i giudizi. È quindi evidente ancora una volta che il contenuto dei concetti non è ricavato analiticamente, cioè per semplice scomposizione del concetto stesso, ma per sintesi cioè dall'unificazione della molteplicità delle rappresentazioni in una conoscenza. Appurato che tale molteplicità non deriva dall'intelletto, ma dai sensi, bisogna però sottolineare che non sono le rappresentazioni empiriche ad essere trasformate in concetti, ma la forma pura delle rappresentazioni o in altri termini il molteplice a priori, quello presente nelle forme pure di spazio e tempo. Abbiamo in questo modo chiarito la natura dei concetti puri dell'intelletto o categorie.

Da quanto appena detto le categorie si applicano a priori agli oggetti della intuizione in generale. Si potrebbe sostenere la non necessità di questa operazione. Infatti, i fenomeni empirici si presentano ai nostri sensi, ovvero all'intuizione, ed è possibile ricavare per induzione delle regole, cioè stabilire delle relazioni tra essi. In questo caso però si avrebbe una università relativa, valida per lo più. Quindi, se nella sintesi empirica manca la necessità di una successione tra causa ed effetto, applicare le categorie a priori ad oggetti dell'intuizione in generale non solo significa rendere necessaria tale successione, ma vuol dire anche riconoscere come l'effetto sia posto e derivi necessariamente dalla sua causa. Ora, dal fatto che gli oggetti dell'intuizione sensibile devono adeguarsi alle condizioni formali della nostra sensibilità (altrimenti non potrebbero essere oggetti per noi), consegue la presenza in noi di oggetti in generale ai quali le categorie si riferiscono in modo necessario e a priori; da ciò risulta la possibilità oggettiva che un oggetto dell'esperienza venga pensato. Le categorie sono quindi le condizioni necessarie e a priori della possibilità dell'esperienza.

Abbiamo già chiarito come il molteplice empirico delle rappresentazioni lasci per così dire una forma a priori nella nostra facoltà rappresentativa, cioè il modo in cui il soggetto viene modificato. Abbiamo anche accennato al fatto che l'unità del molteplice non avviene immediatamente nell'intuizione sensibile, ma sia una sintesi operata dall'intelletto. Intatti, a fronte di un molteplice dato dalla sensibilità prima e indipendentemente dalla sintesi dell'intelletto, quest'ultimo attraverso le categorie unifica e ordina le rappresentazioni. L'unità a cui facciamo qui riferimento è però un'unità antecedente alle categorie e rappresenta la possibilità stessa dell'intelletto: l'io penso. Si tratta dell'autocoscienza o appercezione che deve necessariamente accompagnare ogni rappresentazione per porla in relazione con l'identità del soggetto. Si tratta di un'unità sintetica del molteplice delle intuizioni operata a priori, che costituisce il fondamento dell'identità dell'appercezione. La funzione dell'intelletto, cioè quella di pensare, diventa quindi quella di unificare a priori il molteplice delle rappresentazioni e di ricondurlo all'unità dell'appercezione, ovviamente tramite le categorie. “Così ogni molteplicità, in quanto è data in una intuizione empirica, è determinata rispetto ad una delle funzioni logiche del giudicare, onde essa cioè viene portata ad una coscienza in generale. Ma le categorie non sono altro che proprio queste funzioni di giudicare, in quanto il molteplice di una data intuizione è determinato rispetto ad esse. Il molteplice dunque di una data intuizione è sottoposto necessariamente alle categorie” [7]. Il risultato è il seguente: nell'unità della coscienza il molteplice dato da una intuizione viene unificato in modo necessario in un concetto dell'oggetto. “L'unità sintetica della coscienza è dunque una condizione oggettiva di ogni conoscenza, della quale non soltanto io stesso ho bisogno per conoscere un oggetto, ma alla quale deve sottostare ogni intuizione per divenire oggetto per me, poiché in altro modo, e senza questa sintesi, il molteplice non si unificherebbe in una coscienza” [8].

Abbiamo visto come i concetti puri dell'intelletto o categorie si applichino ad oggetti dell'intuizione in generale, cioè al molteplice a priori della sensibilità; le categorie sono quindi semplici forme del pensiero, con cui non è ancora possibile conoscere oggetti determinati. Tramite l'immaginazione, che è la facoltà di rappresentare un oggetto senza la sua presenza nell'intuizione, viene realizzata la sintesi trascendentale dell'immaginazione o sintesi figurata, cioè la sintesi del molteplice dell'intuizione sensibile. Ora, poiché l'immaginazione fornisce ai concetti dell'intelletto una intuizione corrispondente agli oggetti, l'applicazione dell'intelletto agli oggetti dell'intuizione rimane comunque a priori e necessaria. “Ora, in quanto l'immaginazione è soltanto spontaneità, io la chiamo anche talvolta immaginazione produttiva, e la distinguo così dalla riproduttiva, la cui sintesi è sottoposta unicamente a leggi empiriche, a quelle cioè dell'associazione; e che quindi non conferisce punto alla spiegazione della possibilità della conoscenza a priori, né rientra perciò nella filosofia trascendentale, ma nella psicologia” [9].

La sintesi figurata unifica la molteplicità delle intuizioni determinate nel senso interno che altrimenti rimarrebbe semplice forma dell'intuizione; da ciò risulta possibile ad esempio rappresentare il tempo tracciando una linea retta, cioè tramite una rappresentazione figurata del tempo. Allo stesso modo, per determinare la durata o la posizione nel tempo delle nostre percezioni interne dobbiamo ricorrere agli aspetti mutevoli degli oggetti esterni. Come il senso esterno (spazio) viene modificato dalle intuizioni provenienti dall'esterno, la proprietà del senso interno (tempo) è quella di venire modificato internamente; ne deriva che l'io conosce se stesso in quanto viene modificato, cioè non in sé, bensì pensa se stesso come un qualsiasi oggetto fenomenico. In altri termini, “per ciò che riguarda l'intuizione interna, noi conosciamo il nostro proprio soggetto solo come fenomeno, ma non già per quel che esso è in se stesso” [10].

Vi è tuttavia un'altra forma di conoscenza di sé o autocoscienza, di cui abbiamo parlato in precedenza. Nella sintesi trascendentale del molteplice delle rappresentazioni in generale e quindi nell'unità sintetica originaria dell'appercezione, l'io conosco se stesso non come apparenza o fenomeno (come nel senso interno), neppure come è in se stesso, ma semplicemente che è: “ed io esisto come intelligenza che è consapevole soltanto della sua potenza unificatrice, ma che essendo sottoposta, rispetto al molteplice che deve unificare, a una condizione limitativa che chiamo senso interno, non può render intuibile quella unificazione se non secondo rapporti di tempo, i quali restano al tutto fuori dei concetti propri dell'intelletto” [11].

Qui si conclude il nostro viaggio. Abbiamo visto le strutture della sensibilità e dell'intelletto e il collegamento tra le une e le altre ad opera dell'immaginazione produttiva. Abbiamo scavato più a fondo per giungere all'autocoscienza, intesa sia come conoscenza delle modificazioni interne, sia come consapevolezza che l'io penso è il principio dell'unità della mente umana, ed è quindi la condizione per ogni possibile conoscenza. In rapporto all'uomo abbiamo compreso il mondo: quello che l'uomo conosce del mondo riguarda solo i fenomeni, cioè le rappresentazioni che i nostri sensi e il nostro intelletto possono avere del mondo esterno. Quanto alle leggi proprie del mondo, all'uomo non è dato conoscerle.


[1] Immanuel Kant, Critica della ragion pura, Laterza & Figli, Bari 1989, p. 71.

[2] Op. cit., p. 43.

[3] Ibidem.

[4] Op. cit., p. 75.

[5] Op. cit., p. 83.

[6] Op. cit., p. 94.

[7] Op. cit., p. 140.

[8] Op. cit., p. 136.

[9] Op. cit., p. 146.

[10] Op. cit., p. 148.

[11] Op. cit., p. 150.

 

                                                                                                     GIULIO VACCARI

 


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