L'Unità del Pensiero


ultimo aggiornamento: aprile 2008

 

 
 

RIFLESSIONI SUL "COGITO ERGO SUM"

di  GIULIO VACCARI

L'oggetto del presente testo è il “Cogito ergo sum” di Cartesio. Si tratta di un tentativo di andare al di là dello stesso pensiero di Cartesio o, in altri termini, di attualizzare il Cogito.

“Cogito ergo sum” è una proposizione logicamente vera quando l'esistenza consegue dall'atto di pensare. Il soggetto dell'affermazione “Cogito ergo sum” è una sostanza la cui essenza è quella di pensare. Sostanza è ciò che esiste in se stessa. È quindi il fatto d'esistere che rende possibile l'affermazione del “Cogito”; in altri termini, l'esistenza della sostanza pensante è presupposta e non consegue dall'atto di pensare.

Una seconda via è quella di considerare la sostanza la cui essenza è il pensare come la categoria universale. In quanto sostanza, tale categoria universale esiste in se stessa. Tuttavia, applicare questo tipo di sostanza all'affermazione di Cartesio sarebbe più o meno come dire: esiste una categoria generale la cui essenza è quella di pensare (cogito) e da ciò consegue che io esisto. L'impossibilità sta nel fatto che tale sostanza appartiene all'ente individuale solo in quanto predicato, ovvero costituisce l'essenza dell'ente individuale, ma non dice nulla riguardo l'esistenza del singolo ente.

La mia proposta vorrebbe essere una terza via. Il punto sta nel considerare il “Cogito ergo sum” come un fatto, un evento della vita di ciascuno, consapevolezza di sé e quindi di appartenere al mondo, ovvero coscienza di se stessi come esseri temporali e finiti. In questo senso l'affermazione di Cartesio viene ad assumere questo significato: penso quindi sono vivo.

Tornando alla sostanza pensante di Cartesio, ritengo opportuno una ulteriore sottolineatura: l'esistenza di una sostanza la cui essenza è quella di pensare rende indispensabile l'esistenza della sostanza la cui essenza è l'essere stesso, ovvero Dio. Riguardo a questo argomento basta un accenno al motore immobile di Aristotele o, ancora meglio, alla Scolastica, a cui lo stesso Cartesio fa riferimento nel “Discorso sul metodo”. Poiché l'oggetto del presente lavoro sono riflessioni del tutto personali e non frutto di storiografia filosofica, mi permetto solo un ulteriore breve accenno. Giudico strano che a fronte di una certa “contrapposizione” di Cartesio alla Scolastica egli si sia cimentato sulle dimostrazioni dell'esistenza di Dio. Non mi sembra ragionevole ritenere che la difficile situazione storica inerente la religione cattolica abbia costretto Cartesio a ricercare una dimostrazione dell'esistenza di Dio. Ritengo invece che Cartesio riesca a dare una connotazione alla sostanza pensante come ente individuale, umano, temporale e finito solo tramite Dio. Solo attraverso il rapporto di questa sostanza pensante con Dio, Cartesio attribuisce alla sostanza pensante le connotazioni umane: “riflettendo sul fatto che dubitavo e che, di conseguenza, il mio essere non era del tutto perfetto (vedevo infatti chiaramente che conoscere era una perfezione più grande che dubitare)”. E poco più avanti riguardo la natura di Dio egli sostiene: “Vedevo, per esempio, che il dubbio, l'incostanza, la tristezza e simili, non potevano trovarvisi, dato che io stesso sarei stato ben felice di esserne esente. Avevo inoltre le idee di molte cose sensibili e corporee, perché, anche supponendo di sognare e che fosse falso tutto quello che vedevo o immaginavo, non potevo tuttavia negare che tali idee non si trovassero nel mio pensiero. Ma avendo già riconosciuto in me nel modo più chiaro che la natura intelligente è distinta da quella corporea, e considerando che ogni composizione rivela una dipendenza, e che la dipendenza è chiaramente un difetto, ne conclusi che non poteva appartenere alla perfezione divina la composizione di queste due nature e che, di conseguenza, Dio non era composto, e che, se c'erano al mondo dei corpi o anche delle intelligenze o altre nature che non fossero del tutto perfette, il loro essere doveva dipendere dalla sua potenza, tanto che senza di lui non avrebbe potuto sussistere per un solo momento”.

Ritengo a questo punto indispensabile un ulteriore passaggio, ovvero un cambiamento verso una prospettiva più umana, più finita e temporale. Calandoci nel mondo, nel “penso quindi sono vivo”, il richiamo all'assoluto appare ancora più forte. Casualmente ho letto ieri su Caffè Europa una bellissima intervista a Richard Rorty intitolata “La filosofia e l'immagine del futuro”. Egli sostiene che “I filosofi cominciarono a preoccuparsi dell'immagine del futuro soltanto dopo aver abbandonato la speranza di conseguire la conoscenza dell'eterno. La filosofia cominciò come un tentativo di fuga in un mondo in cui nulla fosse soggetto al mutamento”. Se non c'è motivo per non concordare con Richard Rorty, la mia domanda riguarda il perché di questa fuga. Non è forse una realtà troppo finita e temporale che ha spinto l'uomo verso l'esigenza interiore dell'assoluto e dell'eterno? Se l'uomo non avesse dentro di sé questa tensione verso l'assoluto come potrebbe infatti volgere la propria mente e l'intera sua vita in questa direzione?

Pensiamo a Pietro, un uomo che dedica la sua vita a Dio. Dio è presente nella sua vita. Ogni suo pensiero, ogni suo sentimento, ogni sua azione sono manifestazione di Dio. La sua esistenza stessa è una manifestazione di Dio. Chi si relaziona a Pietro o legge i suoi libri entra in contatto con Dio e non può esimersi da questa relazione con Dio che gli appare attraverso Pietro. Dio esiste ed è presente nell'intera esistenza di Pietro, in ciò che Pietro ha lasciato e in tutti coloro che in modo diverso saranno costretti a relazionarsi con Pietro, con le azioni di Pietro, con i libri che Pietro ha scritto. La presenza di Dio nel mondo è direttamente proporzionale alla rilevanza per le generazioni future dei segni lasciati da Pietro. Ma accanto all'esistenza di Dio nel mondo per mezzo di Pietro, ciò che risulta rilevante è che l'azione di Pietro è guidata dalla mano di Dio. Pietro ha colto le sue origini, ovvero conosce se stesso e vive questo assoluto nel mondo contingente.

Non è qui rilevante l'affermazione assoluta dell'esistenza di Dio. Essa vale per Pietro, perché è appunto nella vita di Pietro che l'assoluto si realizza: Pietro ha vissuto pienamente la sua dimensione umana in accordo con la sua origine, con il motore primo.

Tornando a Rorty, poco più avanti egli afferma che “La verità è eterna e durevole, ma non si può essere mai certi di averla trovata. La sincerità e la libertà sono temporali, contingenti, fragili, ma possiamo riconoscerle quando ci imbattiamo in esse”. Per comprendere appieno il significato delle affermazioni di Rorty mi sembra necessario porsi dapprima le seguenti domande: cosa intende precisamente per verità, in che senso si parla di sincerità e di libertà? Appare evidente l'analogia tra queste domande con quelle poste da Platone, uno dei filosofi che “tentavano la fuga in un mondo in cui nulla fosse soggetto al mutamento”. Non volendo assolutamente cimentarmi nell'ermeneutica filosofica, ritengo tuttavia possibile che Rorty, a fronte di una argomentazione in favore della temporalità e contingenza, abbia allo stesso tempo utilizzato un linguaggio assoluto.

In sostanza, ciò che mi preme evidenziare è che, tanto maggiore è la convinzione o il trasporto verso una qualsiasi opinione, tanto maggiore sarà la spinta verso un atteggiamento assoluto. Ciò sembra proprio appartenere alla natura umana; in questo senso ogni singolo pensiero non è un semplice pensiero generale e astratto, ma è un pensiero del singolo, è pensiero vissuto, è espressione di ogni individualità. È appunto in questa prospettiva che trova spazio il “Cogito ergo sum” come affermazione dell'individualità temporale e contingente in relazione ai propri simili, al mondo, alla tensione verso l'assoluto. In altri termini il “cogito ergo sum” non è semplice consapevolezza della temporalità e contingenza della condizione umana, ma, a partire da questa temporalità e contingenza, esso rappresenta un'apertura al dialogo interpersonale, al mondo e, soprattutto, all'assoluto da cui l'uomo ha origine; così il “cogito ergo sum” altro non è che la conoscenza di se stessi.

Queste frasi finali ben sintetizzano l'obiettivo del presente lavoro. Utilizzando temi originali presenti nel “cogito ergo sum” ho cercato di tirare per i capelli il pensiero di Cartesio fino ai giorni nostri. Spero che almeno in parte questo salto temporale sia riuscito.

                                                                                                                  GIULIO  VACCARI

                                                                                                                   


      oppure