L'Unità del Pensiero


ultimo aggiornamento: aprile 2008

 

 

 

 

Il sentiero della speranza

 

 

 


  

Il sentiero della speranza

di

Roberto Vai

Alzano Lombardo, 14 Settembre 2002

 

Nella copertina viene raffigurato un paradosso di Zenone: la freccia non può raggiungere il bersaglio. “Se un corpo si muove dal punto A al punto B, prima di giungere in B dovrà giungere nel punto M, intermedio tra A e B; e prima di giungere in M dovrà giungere in M1 intermedio tra A e M, e così via all’infinito. Pertanto, lo spostamento oltre il punto A è impossibile, per quanto piccolo possa essere”.

 Poiché  il movimento è un fatto evidente (la freccia raggiunge il bersaglio), una possibile spiegazione a questo paradosso consiste nel supporre che la freccia non esista come cosa in sé, ovvero distinta da tutto il resto del mondo. Ma che essa sia in realtà un’espressione del continuo evolversi del mondo, dove nulla è isolato e distinto dal resto ma che solo appare a noi tale.

Si cercherà qui di mostrare come non esistano “le cose in sé”, ma che quello che percepiamo della realtà siano solo eventi, avvenimenti.

Non esiste una “cosa”, un oggetto isolato nello spazio / tempo, la freccia, che si muove nello spazio. Ma appare a noi invece soltanto l’evento “freccia che si muove”, da intendersi nella sua interezza (senza soffermarsi sul termine freccia, intendendolo come una cosa, ma dando significato esclusivamente all’intera frase, l’evento nel suo insieme).

E’ l’evoluzione spazio / temporale che noi percepiamo, non “cose” che evolvono.

Nulla esiste a prescindere dal tempo, se il tempo si fermasse il mondo cesserebbe di esistere. L’ipotesi che fermando il tempo si avrebbe un mondo immobile, come congelato, è infatti un’assurdità pensabile solo a causa di una razionalità alienata.

Seguendo questo diverso modo di intendere la realtà, si potrà constatare l’assurdità del nostro attuale sentire: nasciamo dal nulla e poi vi ritorniamo.

Per aprire gli occhi sul vero mondo, dove noi stessi non ci pensiamo più come soggetto che vive ma intuiamo invece di essere la nostra stessa vita, sia quella già vissuta che quella ancora da vivere.

Vita da sempre salva, perché parte dell’Essere, dove è e non può che essere.

Cogliendo questo pensiero è possibile in tal modo percepire come la nostra vita sia in verità eterna. Eterna perché parte dell’Essere immutabile che il divenire mostra man mano che avanza. La verità dell’Essere, che è e non può che essere, può appunto per questo venire intuita in tutto il suo splendore.

 

 

Una Nuova Vita

“L’essere che viene così alla luce (nel sentiero del Giorno) è diverso dall’essere che viene alla luce lungo il sentiero della Notte: ciò che appare quando ci si propone di far uscire l’essere dal niente e di farlo ritornare nel niente è diverso da ciò che appare quando l’agire sa di essere un disvelamento dell’eterno” (Essenza del Nichilismo – Il Sentiero del Giorno) - E. Severino

 Abbiamo fin qui visto come il mondo sia molto diverso da come la nostra razionalità ce lo fa normalmente vedere. Quando si mettono in discussione le “verità ovvie” che la razionalità ci ha abituato a dare per scontate, la realtà che ci circonda diventa invero molto più misteriosa ed evanescente di quanto potessimo immaginare. Nello stesso tempo però, anche il nostro ruolo cambia e diventa sempre più “importante”.

 Da spettatori del mondo, come ci pensavamo, abbiamo scoperto di esserne invece i protagonisti. Volendo, agendo, l’Essere si manifesta, il divenire prosegue. Noi, con la nostra volontà, partecipiamo, insieme con la stessa Volontà Universale di cui facciamo parte, al disvelamento dell’eterno.

Non più uomo che costruisce cose per sopravvivere o per godere quanto si può, bensì, uomo che invoca l’apparire del mondo. Questa è la nostra vita, questo il nostro destino.

 Quale la differenza tra i due, tra costruire oppure invocare?

Costruire o Invocare

Costruire

Con “costruire” s’intende normalmente la realizzazione di un nuovo oggetto, di una nuova funzione, tramite la trasformazione e l’utilizzo di oggetti e funzioni preesistenti.

Per soddisfare un bisogno, l’uomo costruttore progetta un nuovo bene e, per la sua realizzazione, sceglie ciò che del mondo può essere utilizzato.

La progettazione consiste nell’ideare nuove possibili relazioni e forme da oggetti preesistenti.

La successiva costruzione avviene normalmente tramite la combinazione di queste due azioni fondamentali:

1.         la messa in relazione di più parti

2.         la modifica di oggetti preesistenti

Il prodotto ora costruito prima non esisteva, era nulla, e, dopo la sua fabbricazione, esso esiste, non è più nulla. Quando poi verrà distrutto, non esisterà più, sarà nuovamente nulla.

La costruzione (o fabbricazione) è quindi, per l’uomo moderno, una delle più eloquenti manifestazioni dell’uscita dell’essere dal nulla e del suo ritornarvi. E tutto ciò per sua mano.

Mentre per Platone vi era il mondo delle Idee, immutabili ed incorruttibili, da cui venivano generate a loro immagine le cose terrene provvisorie e non durature. Per l’uomo moderno l’immutabile, anche se ideale, va comunque troppo stretto. Egli è perciò convinto di progettare direttamente dal nulla un nuovo oggetto e quindi di realizzarlo fisicamente costruendone la versione materiale. Tale prodotto, creato dal nulla (prima non esisteva), sarà anch’esso soggetto al proprio dissolvimento.

Invocare

Con “invocare” s’intende invece il desiderare che si manifesti nel mondo un certo ente, agognare che esso appaia a noi. Questo desiderio, è un atto visionario con cui ci si immagina come l’oggetto desiderato dovrebbe essere.

Attenzione però a non confondere questo desiderio con una qual sorta di attività esoterica o magica, la realizzazione pratica necessita sempre dell’uomo costruttore per essere compiuta.

La differenza, rispetto al semplice costruire, consiste nella dipendenza che l’azione della costruzione ha rispetto a quella dell’invocazione. La prima essendo una sequenza di atti dovuti per soddisfare la seconda.

Con l’invocazione l’uomo “sente”, percepisce quello che egli desidera appaia al mondo. Già se lo vede dinanzi nell’immaginazione e lo brama qui nella sua concretezza. Ed è appunto questa brama, questa invocazione, che sospinge la razionalità ad agire sul mondo, su ciò che dell’Essere attualmente appare. L’azione razionale è quindi la naturale conseguenza dell’invocazione, e quest’azione porta a far apparire quanto invocato.

 La realizzazione è quindi, quando interpretata come la conseguenza di un’invocazione, l’agire sul divenire perché porti alla luce una nuova cosa (nuova nell’orizzonte attuale, ma già da sempre esistente: solo non visibile fino ad ora). Ben diversa perciò, come disposizione d’animo, dalla cruda e semplice costruzione che, dimentica dell’invocazione (che sempre avviene, anche nell’uomo costruttore, se pur non avvertita) procede invece considerando sé stessa come un’azione autonoma, una manifestazione di potenza creatrice (o distruttiva) della nostra razionalità, del nostro essere uomini.

 Se ben abbiamo compreso sia in cosa consista il divenire: enti divenienti che esistono solo in quanto divengono, sia come la materia ed il nulla tendano a confondersi, allora sarà più facile “vedere” come l’invocazione agisca sul divenire per farne cambiare il flusso e fare in modo che si possa esplorare in tal modo quella parte dell’Essere ancora non in mostra.

 L’agire dell’uomo è quindi un voler che appaia una parte dell’Essere piuttosto che un’altra. Tutto è già, l’Essere è immutabile. Invocando, e quindi conseguentemente agendo, facciamo in modo che l’orizzonte davanti a noi, che ci mostra una parte dell’Essere, si muova in una direzione piuttosto che un’altra, scoprendo ciò che desideriamo.

 La progettazione e la costruzione sono quindi delle manifestazioni razionali dell’invocazione. L’invocazione viene perciò tradotta, dalla razionalità, in una combinazione di relazioni da realizzare (solo così la razionalità, come vedemmo, sa comprendere le cose del mondo). Agendo, la razionalità progetta e poi passa alla costruzione vera e propria.

Nell’uomo completamente assorbito dal mondo della tecnica, dove tutto nasce dal nulla e poi vi ritorna, l’invocazione, che riecheggia nella sua mente e si trasforma, nella razionalità, in ideazione e progettazione, non viene avvertita.

Quest’uomo soffre, in effetti, come da un delirio di onnipotenza, convinto com’è di essere in procinto di creare, dal nulla, una nuova cosa.

Ma non è la sua razionalità che sta creando qualcosa. E’ bensì una sua invocazione che, muovendo la razionalità, sta facendo in modo che essa agisca e che spinga perciò il divenire a mostrarci una nuova parte dell’Essere, nuova solo perché a noi ancora sconosciuta.

Come Invocare?

Invocare significa quindi volere che l’Essere appaia. L’Essere appare perché voluto, pertanto ne consegue che qualunque vita, sia essa bella o terribile, per il semplice motivo che esiste (o è esistita), è stata invocata.

L’Essere possiede in sé ogni cosa, il bene e il male, il bello e il brutto, la felicità e la mestizia (tutto, lo ribadiamo, è in Lui). Noi, invocando il divenire, facciamo in modo che ne appaia una parte invece che un’altra. La nostra vita attuale è un mostrarsi dell’Essere, e anche questa vita è voluta, invocata.

 Probabilmente noi non ce ne rendiamo molto conto, del fatto cioè che questa vita sia voluta. E non è neanche molto chiaro quanto sia determinante la nostra volontà rispetto a quella di “altri”. Cioè quanto la nostra invocazione determini gli eventi che poi viviamo. Comunque sia, l’attuale apparire è la risposta ad una chiamata, ad una invocazione e, molto probabilmente, anche noi, in questo invocare, abbiamo la nostra responsabilità.

 Cosa fare allora?

Occorre imparare ad invocare, a desiderare. Questo non vuol dire cambiare radicalmente il nostro modo di vivere, ma solamente, e non è poco, cambiare le aspettative con le quali viviamo.

Il nostro operare resta lo stesso, come potrebbe cambiare? La razionalità mantiene infatti tutta la sua importanza, il suo ruolo. Non è l’operare che cambia, ma il modo con cui noi “viviamo” questo nostro agire.

Non più “creatori”, “costruttori” dell’Essere, ma suoi figli, noi siamo. Figli devoti che chiedono al proprio padre, l’Essere, che sempre generosamente ci dà.

 Vediamo, con un esempio, la differenza tra queste due modalità:

    Vivere Invocando

Se voglio sviluppare un programma software dovrò desiderarlo, volere cioè che esso appaia a me, realizzato, nel modo in cui me lo immagino. Dovrò invocarne la venuta, come fosse un regalo dal cielo.

La mia è un’evocazione alla vita di un qualcosa che, da sempre esistente, ancora non appare a me perché fuori dall’attuale orizzonte che mi limita la totalità dell’essere.

Questo evocare non è un’azione mediatica, un atto paranormale, ma è la semplice visione, intuizione, di un qualcosa che è sì esistente, ma che è altresì situato al di fuori del mondo che ora mi appare. Attraverso il mio impegno posso fare in modo che il divenire si diriga verso di esso facendolo in tal modo apparire ed entrare pertanto nel cono di luce del mio orizzonte.

 Per farlo arrivare nel mio mondo attuale, dovrò perciò operare agendo con i mezzi che ho a disposizione, mezzi che sono ora disponibili nel mio mondo perché già entrati a far parte del suo attuale apparire.

La conoscenza informatica che ora ho, il computer che mi sta dinanzi, ecc.. fanno parte dell’attuale apparire dell’Essere. Questi mezzi sono ora disponibili perché sono stati, a loro volta, desiderati da altre, precedenti, invocazioni.

Agendo con questi mezzi io sospingo il divenire verso ciò che ora desidero, ovvero il programma software che, se ben agisco, ovvero se ben determino il flusso del divenire, finirà con l’apparire nel mio mondo.

 Le mie azioni sono perfettamente razionali, io farò in modo che il programma appaia infatti: scrivendone il codice necessario, eseguendo i test di qualità, abbellendolo quanto possibile. Ovvero tramite delle micro azioni[1] che fanno apparire quanto necessario per la successiva comparsa del programma finito.

 Tutte queste mie azioni, devono essere comunque sempre intese come gesti d’amore, come segni d’invito affinché l’Essere mostri a me questa sua cosa, questo programma che io già intravedo, intuisco oltre l’attuale orizzonte limitante e, nella cui direzione, sto perciò spingendo il divenire, con la mia invocazione ed il conseguente mio agire.

    Vivere Creando

Lo stesso lavoro, io lo posso svolgere anche senza tener presente che sto, in effetti, invocando l’apparire dell’Essere. Le operazioni da svolgere sono le medesime, il progetto del programma da sviluppare è nella mia mente razionale, tutto il lavoro da svolgere è il medesimo.

L’unica differenza è lo stato in cui io mi percepisco, il mio modo di pensare il mondo nel quale la mia azione si svolge. In questo caso infatti io penso di creare il programma dal nulla, prima non c’era, ma, con il mio lavoro, esso sarà, verrà perciò da me creato. Quando poi non servirà più sarà cancellato, sarà ritornato ad essere nulla.

L’alienazione è tutta lì, sono convinto di creare dal nulla quando in realtà la mia è un’invocazione affinché l’Essere appaia (il programma che è da sempre in salvo nell’Essere immutabile, a me pare di crearlo, di costruirlo, ma, in realtà, sto solo agendo per farlo apparire).

 Questo invocare, questo desiderare, non è cosa semplice, e non è semplice proprio perché noi sempre invochiamo, desideriamo, ma senza quasi mai però accorgercene.

Tutta la nostra vita è fatta d’invocazioni, con cui chiamiamo la vita a divenire.

Ma le nostre invocazioni sono, quasi sempre, dei desideri confusi, degli egoismi del momento, un susseguirsi di bene e di male che ben difficilmente ci possono portare lontano.

 Occorre pertanto imparare ad invocare, desiderare ciò che è giusto, con la fede nel cuore. Desiderare di cambiare la vita sempre in meglio.

Com’è Difficile Muovere un Dito!

Forse non ce ne siamo mai accorti, ma anche per compiere le azioni più banali, come muove un dito, è necessario invocare.

Se agiamo infatti solo attraverso la razionalità, anche la più semplice azione fisica ci sarà impossibile.

Se mi concentro, tramite la mia razionalità, ad esempio su di un mio dito, e gli comando di muoversi, ben difficilmente esso si muoverà. Potrò insistere e concentrami fino allo spasimo, ma il dito non si muoverà.

 Se invece semplicemente “desidero”, senza alcuna specifica riflessione razionale, che esso si muova, ecco che subito ciò che voglio avviene.

 Come mai questo strano comportamento?

Il mio parere è che nel primo caso io prescindo dall’invocazione e voglio ottenere questo semplice risultato direttamente tramite la razionalità. Ma essa non può nulla sul divenire, nemmeno spostare un dito.

 Nel secondo caso invece la razionalità viene coinvolta solo in seconda battuta, magari per verificare che questa mia azione, il muovere il dito, possa non avere delle controindicazioni (es.: sto tenendo in mano qualcosa che potrebbe cadere). L’azione principale è qui dunque un’invocazione, io sto invocando che nel mio orizzonte appaia il mio dito che si muove. E poiché questa parte dell’Essere è appena oltre il mio mondo attuale (poiché il suo grado di fattibilità è molto alto: il dito è mio, i suoi muscoli sono comandati tramite i nervi dal mio cervello, ecc..) la mia invocazione viene facilmente esaudita.

Cosa Invocare?

Per invocare, per desiderare che una parte dell’Essere appaia, occorre, per prima cosa, averne un’intuizione, una seppur minima comprensione di ciò che si vuole.

 Inoltre, l’apparire di ciò che è invocato è tanto più probabile, più esso è situato in prossimità dei confini del nostro orizzonte attuale. Questa “prossimità“ indica la facilità con la quale il divenire può, modificando il nostro orizzonte, scoprire questa nuova[2] parte dell’Essere.

Essa dipende dalla congruenza di ciò che desideriamo con il nostro stato attuale, ovvero dipende dalle condizioni a cui la nostra realtà, ora, deve sottostare.

 Ad esempio, anche secoli fa si è desiderato passeggiare sulla Luna, ma tale desiderio reclamava una parte dell’Essere che era, allora, ancora lontana, non prossima. Le condizioni di allora definivano un orizzonte che ben difficilmente avrebbe potuto essere modificato per abbracciare un evento di tal fatta.

Ora, invece, il continuo modificarsi del mondo, ovvero dell’orizzonte dell’apparire, ci ha portato talmente vicino che un tal desiderio è diventato realtà[3].

 Poter realizzare un’invocazione vuol dire quindi, principalmente, sia di disporre dei mezzi razionalmente ritenuti necessari sia che le condizioni al contorno, ovvero lo stato del mondo attuale, siano favorevoli.

 Ciò vuol dire quindi che invocare debba coincidere sempre con il fare, e con il poter “effettivamente” fare?

Non proprio, non sappiamo ancora quali siano le possibili, molteplici, influenze sul divenire che possono scaturire dall’invocazione. Siamo così abituati a vedere il mondo come un esclusivo insieme di cause e di effetti, di costruzione e di distruzione, che ben difficilmente riusciamo a percepire qualcosa che non vi corrisponda, o che, pur corrispondendo a questo schema di vita, rimandi però anche ad altro.

 Cosa significa, se significato ha, desiderare il bene? Oppure, al contrario, desiderare il male?

Non ci accorgiamo che ciò che pensiamo, i pensieri che nascono nella nostra mente, sono direttamente influenzati da ciò che desideriamo, dal mondo che invochiamo.

Se desideriamo violenza, ecco che pensieri più aggressivi fanno a gara per impadronirsi della nostra mente. Così che diventa sempre più difficile padroneggiarli e non diventarne succubi.

Se invece invochiamo la pace, allora pensieri sereni iniziano a solcare la nostra ragione, proponendo nuove e ancor più luminose idee.

 E se il nostro desiderio potesse agire anche sui destini del mondo? Che, se invocassimo la pace, per questo semplice motivo, l’apparire dell’Essere venisse così spinto, invece che a mostrarci morte e sofferenza, ad introdurci sul sentiero del giorno dove dominano la pace e la prosperità?

Cambiare la Vita è il Vero Obiettivo!

Tutta questa ricerca aveva infatti uno scopo importante, questo sforzo non l’abbiamo fatto invero per soddisfare un semplice desiderio di conoscenza. Non possiamo accontentarci di quanto scoperto, ben altro ci aspetta.

Cambiare la vita è il vero obiettivo! Che senso ha una filosofia se non aiuta l’uomo a vivere meglio? A farlo diventare più felice, più sereno?

 Qui non si tratta di portare all’uomo un’altra novella, un’inedita rivelazione. Ma soltanto di chiarire, quanto possibile, la realtà nostra e del mondo che ci circonda. Eliminando quelle false sicurezze, che ci siamo dati da soli con la nostra razionalità, per guardare invece in faccia il pauroso abisso che si spalanca tutto attorno a noi, e dove in realtà noi siamo. E che, una volta guardato, cesserà di essere abisso per diventare cosa conosciuta, una realtà accettata, compresa, e, alla fine, amata.

 Con questa presa di coscienza nel cuore, che non è mai una certezza ma solo una speranza, una fede tra mille dubbi, potremo così riprendere in mano il vero sapere.

Un sapere che mai ci ha lasciato, ma che abbiamo solo dimenticato. Un sapere che traspare da sempre, che viene da lontano, dalle sacre scritture, dai miti, dalla saggezza degli avi.

 Con atteggiamento nuovo ci rimetteremo così in ascolto di questi eterni messaggi, di queste cifre che mai parlano chiaro (e come potrebbero se ciò che ci dicono la razionalità non può intendere?), e ciò perché, forse, dicono l’indicibile.

Dopo aver strappato dal nostro cuore la pianta maligna che ci ha tanto a lungo confusi[4], potremo ascoltare, con orecchi non più alienati, la saggezza eterna che da sempre scorre nelle nostre vene. La nostra via sarà così segnata.

Fare ciò che è Giusto

Sarà facile allora, dopo aver aperto gli occhi sulla realtà del mondo, mondare il puro dall’impuro, la verità dalla menzogna, e scegliere così ciò che è giusto.

Sbaglieremo ancora, certo, ma sempre più in fretta ce ne accorgeremo, ce ne pentiremo, e dopo, soffrendo, pian piano potremo migliorare e riuscire così a non sbagliare più.

 Se, dopo tutto quanto abbiamo visto, ci domandiamo finalmente: Cosa dobbiamo fare?

La risposta è sorprendentemente “banale”, tante sono le volte che l’abbiamo già sentita durante la nostra vita. E non potrebbe che essere così, visto che la verità, dalla notte dei tempi, sta sempre dinanzi a noi.

 Fare il bene, perseguire ciò che è giusto. Questa è l’eterna risposta.

 L’obiezione è anch’essa sempre la stessa: Ma chi sa cos’è veramente bene e cosa no? E cos’è giusto o ingiusto?

 Non è questo il vero ostacolo, la verità assoluta, molto probabilmente, non ci appartiene.

Ma qualcosa però la sappiamo, pur tra tanti dubbi. Ed una certa distinzione, tra male e bene, possiamo ben farla. Certo, potremo sbagliare, ma non è questo il vero problema. Il vero impedimento risiede invece nel non riconoscere che la Verità esiste e si può, se non raggiungerla completamente, avvicinarvicisi sempre più.

il Sacco Vuoto e il Sacco Pieno

A mio avviso, nella ricerca del sapere, con l’obiettivo di crescere e di migliorarsi, solo due sono, in buona sostanza, i modi con cui affrontare questo bisogno di conoscenza.

Uno di questi è basato sull’AVERE COGNIZIONI, mentre l’altro è centrato invece sull’ESSERE SAGGIO.

 Descriverei queste due situazioni estreme come due uomini che, con un sacco in spalla ognuno, s’incamminano verso il sentiero del sapere.

Uno dei due desidera AVERE, mentre l’altro vuole ESSERE.

 All’inizio il sacco è per entrambi vuoto.

Man mano che i due uomini avanzano scoprono nuove conoscenze e nuove idee.

Quello che desidera AVERE, lesto se ne impadronisce e le infila, tutto contento, nel suo sacco. L’altro, invece, le raccoglie, le studia, e poi le lascia andare, senza curarsi di appropriarsene.

 Il sacco del primo diventa ognor più pieno, mentre quello del secondo resta sempre vuoto.

 Il sacco pieno dà sicurezza al suo possessore, perché sul suo contenuto egli sa di poter contare.

In ogni situazione, durante una discussione, per mostrare la propria capacità, egli può estrarre dal suo sacco una gran sorta di cognizioni, di parole pertinenti, di frasi erudite. E, così, può farsi rispettare e può mostrarsi agli altri qual lui sente di essere: un dotto ed un saggio.

 L’uomo con il sacco vuoto è invece pieno di dubbi come un funambolo che cammina incerto su una corda ondeggiante, e.. senza rete.

Il sacco non gli è di alcuna utilità. Non ha nulla di concreto, provato, da utilizzare per difendere le idee che gli vorticano nella mente.

 Man mano che il cammino prosegue, il sacco del primo si fa così pesante che quasi tutta la sua forza è ormai dedicata a sorreggerlo e cammina perciò sempre più lento. Egli quasi non ha più idee sue originali, ma per pensare, e parlare, usa in continuazione i pensieri e le idee raccolte in precedenza nel sacco.

Le sue affermazioni diventano sempre più categoriche. E, se contraddetto, spesso si irrita, ed aggredisce il povero interlocutore scaraventandogli addosso una manciata di cognizioni afferrate dal suo sacco.

E queste cognizioni diventano per lui sempre più verità assolute. Che non necessitano dimostrazione alcuna (sono cose che si sanno! O che si devono sapere, diamine!).

 Il passo incerto del secondo si fa invece, sempre più sicuro. I dubbi restano, è vero, ma quel che lui “sente” dentro di sé lo incoraggia ad avanzare, gli conferma di essere sulla giusta via.

Sicurezze lui non ha, ma non è questo che cerca.

Ad ogni risposta mille domande si formano, ma ciò non lo turba, anzi, è proprio quello che vuole.

Lui vuole godere in questo suo conoscere il mondo, ed è proprio quando arriva ad una meta, che sembra raggiunta, ma rimanda invece ad altro di ancor più misterioso, che il suo cuore s’infiamma ed il suo passo si affretta.

 L’uomo con il sacco pieno ormai non riesce più a muoversi, il peso è tale che un ulteriore passo, lungo il sentiero della conoscenza, non gli è più possibile.

E’ schiacciato da tutto ciò che ora possiede, dai suo strumenti, dalle sue conoscenze. E’ sì ricchissimo ora, di sapere, ma non sa che farsene bloccato così com’è. E’ annichilito, in realtà è il suo sapere che lo possiede, non viceversa. Lui è ormai “solo” il suo sapere.

Ma gli resta però ancora un’ultima scelta, un’ultima possibilità. Deve vuotare il suo sacco, liberarsi del peso che lo imprigiona.

E, con il sacco ora vuoto, incamminarsi nuovamente sul sentiero della conoscenza, cercando, questa volta, di non riempirlo troppo.


[1] Determinate anch’esse da micro invocazioni

[2] Per noi, in quanto l’Essere è in verità eterno.

[3] Nel senso che un viaggio sulla Luna è entrato nel nostro apparire

[4] Che ci ha fatto credere il mondo un che di esclusivamente razionale

                                                                                                                                                  ROBERTO VAI  _  Continua 7


      oppure