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L'Unità del Pensiero |
ultimo aggiornamento: aprile 2008
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Il sentiero della speranza
Il
sentiero della speranza Roberto Vai Alzano Lombardo, 14 Settembre 2002 Nella copertina viene raffigurato un paradosso di Zenone: la freccia non può raggiungere il bersaglio. “Se un corpo si muove dal punto A al punto B, prima di giungere in B dovrà giungere nel punto M, intermedio tra A e B; e prima di giungere in M dovrà giungere in M1 intermedio tra A e M, e così via all’infinito. Pertanto, lo spostamento oltre il punto A è impossibile, per quanto piccolo possa essere”. Si cercherà qui di mostrare
come non esistano “le cose in sé”, ma che quello che percepiamo della realtà
siano solo eventi, avvenimenti. E’ l’evoluzione spazio /
temporale che noi percepiamo, non “cose” che evolvono. Nulla esiste a prescindere
dal tempo, se il tempo si fermasse il mondo cesserebbe di esistere. L’ipotesi
che fermando il tempo si avrebbe un mondo immobile, come congelato, è infatti
un’assurdità pensabile solo a causa di una razionalità alienata. Per aprire gli occhi sul vero
mondo, dove noi stessi non ci pensiamo più come soggetto che vive ma intuiamo
invece di essere la nostra stessa vita, sia quella già vissuta che quella
ancora da vivere. Vita da sempre salva, perché
parte dell’Essere, dove è e non può che essere. Cogliendo questo pensiero è
possibile in tal modo percepire come la nostra vita sia in verità eterna.
Eterna perché parte dell’Essere immutabile che il divenire mostra man mano che
avanza. La verità dell’Essere, che è e non può che essere, può appunto per
questo venire intuita in tutto il suo splendore. |
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Una Nuova Vita
“L’essere che viene così alla luce (nel sentiero del Giorno) è diverso dall’essere che viene alla luce lungo il sentiero della Notte: ciò che
appare quando ci si propone di far uscire l’essere dal niente e di farlo
ritornare nel niente è diverso da ciò che appare quando l’agire sa di essere un
disvelamento dell’eterno” (Essenza del Nichilismo –
Il Sentiero del Giorno) - E. Severino Non più uomo che costruisce cose per
sopravvivere o per godere quanto si può, bensì, uomo che invoca l’apparire del
mondo. Questa è la
nostra vita, questo il nostro destino. Costruire o Invocare
Costruire
Con “costruire” s’intende normalmente la
realizzazione di un nuovo oggetto, di una nuova funzione, tramite la
trasformazione e l’utilizzo di oggetti e funzioni
preesistenti. Per soddisfare un bisogno, l’uomo costruttore
progetta un nuovo bene e, per la sua realizzazione,
sceglie ciò che del mondo può essere utilizzato. La progettazione consiste nell’ideare nuove
possibili relazioni e forme da oggetti preesistenti. La
successiva costruzione avviene normalmente tramite la combinazione di queste
due azioni fondamentali: 1.
la messa in
relazione di più parti 2.
la modifica di
oggetti preesistenti Il prodotto ora costruito prima non esisteva, era nulla, e, dopo la sua fabbricazione, esso
esiste, non è più nulla. Quando poi verrà distrutto,
non esisterà più, sarà nuovamente nulla. La costruzione (o fabbricazione) è quindi,
per l’uomo moderno, una delle più eloquenti manifestazioni dell’uscita dell’essere dal nulla e del suo ritornarvi. E tutto ciò per sua mano. Mentre per Platone vi era il mondo delle
Idee, immutabili ed incorruttibili, da cui venivano
generate a loro immagine le cose terrene provvisorie e non durature. Per l’uomo
moderno l’immutabile, anche se ideale, va comunque
troppo stretto. Egli è perciò convinto di progettare direttamente dal nulla un
nuovo oggetto e quindi di realizzarlo fisicamente costruendone la versione
materiale. Tale prodotto, creato dal nulla (prima non esisteva), sarà anch’esso
soggetto al proprio dissolvimento. Invocare
Con “invocare” s’intende invece il
desiderare che si manifesti nel mondo un certo ente, agognare che esso appaia a
noi. Questo desiderio, è un atto visionario con cui ci si immagina
come l’oggetto desiderato dovrebbe essere. Attenzione però a non confondere questo
desiderio con una qual sorta di attività esoterica o
magica, la realizzazione pratica necessita sempre dell’uomo costruttore per
essere compiuta. La differenza, rispetto al semplice
costruire, consiste nella dipendenza che l’azione della costruzione ha rispetto
a quella dell’invocazione. La prima essendo una sequenza di atti
dovuti per soddisfare la seconda. Con l’invocazione l’uomo
“sente”, percepisce quello che egli desidera appaia al mondo. Già se lo vede
dinanzi nell’immaginazione e lo brama qui nella sua concretezza. Ed è appunto
questa brama, questa invocazione, che sospinge la razionalità ad agire sul
mondo, su ciò che dell’Essere attualmente appare.
L’azione razionale è quindi la naturale conseguenza dell’invocazione, e quest’azione porta a far apparire quanto invocato. Nell’uomo completamente assorbito dal mondo
della tecnica, dove tutto nasce dal nulla e poi vi ritorna, l’invocazione, che
riecheggia nella sua mente e si trasforma, nella razionalità, in ideazione e
progettazione, non viene avvertita. Quest’uomo soffre, in effetti, come da un delirio di onnipotenza, convinto com’è di essere in procinto di
creare, dal nulla, una nuova cosa. Ma non è la sua razionalità che sta creando
qualcosa. E’ bensì una sua invocazione che, muovendo la razionalità, sta
facendo in modo che essa agisca e che spinga perciò il divenire a mostrarci una
nuova parte dell’Essere, nuova solo perché a noi
ancora sconosciuta. Come Invocare?
Invocare significa quindi volere che l’Essere appaia. L’Essere appare
perché voluto, pertanto ne consegue che qualunque vita, sia essa bella o
terribile, per il semplice motivo che esiste (o è esistita),
è stata invocata. L’Essere possiede in sé ogni cosa, il bene e il male, il bello e il
brutto, la felicità e la mestizia (tutto, lo ribadiamo,
è in Lui). Noi, invocando il divenire, facciamo in modo che ne
appaia una parte invece che un’altra. La nostra vita attuale è un
mostrarsi dell’Essere, e anche questa vita è voluta,
invocata. Occorre imparare ad invocare, a desiderare. Questo non vuol dire
cambiare radicalmente il nostro modo di vivere, ma solamente, e non è poco,
cambiare le aspettative con le quali viviamo. Il nostro operare resta lo stesso, come potrebbe cambiare? La
razionalità mantiene infatti tutta la sua importanza,
il suo ruolo. Non è l’operare che cambia, ma il modo con cui noi “viviamo”
questo nostro agire. Non più “creatori”, “costruttori” dell’Essere, ma
suoi figli, noi siamo. Figli devoti che chiedono al proprio padre, l’Essere,
che sempre generosamente ci dà. Vivere Invocando
Se voglio
sviluppare un programma software dovrò desiderarlo, volere cioè che esso appaia
a me, realizzato, nel modo in cui me lo immagino. Dovrò invocarne la venuta,
come fosse un regalo dal cielo. La mia è un’evocazione alla vita di un
qualcosa che, da sempre esistente, ancora non appare a me perché fuori dall’attuale orizzonte che mi limita la totalità
dell’essere. Questo evocare non è un’azione mediatica, un
atto paranormale, ma è la semplice visione, intuizione, di un qualcosa che è sì
esistente, ma che è altresì situato al di fuori del mondo che ora mi appare.
Attraverso il mio impegno posso fare in modo che il
divenire si diriga verso di esso facendolo in tal modo apparire ed entrare
pertanto nel cono di luce del mio orizzonte. La conoscenza informatica che ora ho, il
computer che mi sta dinanzi, ecc.. fanno parte
dell’attuale apparire dell’Essere. Questi mezzi sono ora disponibili perché
sono stati, a loro volta, desiderati da altre, precedenti, invocazioni. Agendo con questi mezzi io sospingo il
divenire verso ciò che ora desidero, ovvero il programma software che, se ben
agisco, ovvero se ben determino il flusso del divenire, finirà con l’apparire
nel mio mondo. Vivere Creando
Lo stesso lavoro, io lo posso svolgere anche
senza tener presente che sto, in effetti, invocando l’apparire dell’Essere. Le
operazioni da svolgere sono le medesime, il progetto del programma da
sviluppare è nella mia mente razionale, tutto il lavoro da svolgere è il
medesimo. L’unica differenza è lo stato in cui io mi
percepisco, il mio modo di pensare il mondo nel quale la mia azione si svolge.
In questo caso infatti io penso di creare il programma
dal nulla, prima non c’era, ma, con il mio lavoro, esso sarà, verrà perciò da
me creato. Quando poi non servirà più sarà cancellato,
sarà ritornato ad essere nulla. L’alienazione è tutta lì, sono convinto di
creare dal nulla quando in realtà la mia è
un’invocazione affinché l’Essere appaia (il programma che è da sempre in salvo
nell’Essere immutabile, a me pare di crearlo, di costruirlo, ma, in realtà, sto
solo agendo per farlo apparire). Tutta la nostra vita è fatta d’invocazioni, con cui chiamiamo la vita a
divenire. Ma le nostre invocazioni sono, quasi sempre,
dei desideri confusi, degli egoismi del momento, un susseguirsi di bene e di
male che ben difficilmente ci possono portare lontano. Com’è Difficile Muovere un Dito!
Forse non ce ne siamo mai accorti, ma anche per compiere le azioni più
banali, come muove un dito, è necessario invocare. Se agiamo infatti solo attraverso la
razionalità, anche la più semplice azione fisica ci sarà impossibile. Se mi concentro, tramite la mia razionalità, ad esempio su di un mio dito,
e gli comando di muoversi, ben difficilmente esso si muoverà. Potrò insistere e
concentrami fino allo spasimo, ma il dito non si
muoverà. Il mio parere è che nel primo caso io prescindo dall’invocazione e
voglio ottenere questo semplice risultato direttamente
tramite la razionalità. Ma essa non può nulla sul
divenire, nemmeno spostare un dito. Cosa Invocare?
Per invocare, per desiderare che una parte dell’Essere appaia, occorre, per prima cosa, averne un’intuizione, una
seppur minima comprensione di ciò che si vuole. Essa dipende dalla congruenza di ciò che desideriamo con il nostro stato
attuale, ovvero dipende dalle condizioni a cui la nostra realtà, ora, deve
sottostare. Ora, invece, il continuo modificarsi del mondo, ovvero dell’orizzonte
dell’apparire, ci ha portato talmente vicino che un tal desiderio è diventato
realtà[3]. Non proprio, non sappiamo ancora quali siano le
possibili, molteplici, influenze sul divenire che possono scaturire
dall’invocazione. Siamo così abituati a vedere il mondo come un esclusivo
insieme di cause e di effetti, di costruzione e di
distruzione, che ben difficilmente riusciamo a percepire qualcosa che non vi
corrisponda, o che, pur corrispondendo a questo schema di vita, rimandi però
anche ad altro. Non ci accorgiamo che ciò che pensiamo, i pensieri che nascono nella
nostra mente, sono direttamente influenzati da ciò che desideriamo, dal mondo
che invochiamo. Se desideriamo violenza, ecco che pensieri
più aggressivi fanno a gara per impadronirsi della nostra mente. Così che diventa sempre più difficile
padroneggiarli e non diventarne succubi. Se invece invochiamo la pace, allora pensieri sereni iniziano a solcare la
nostra ragione, proponendo nuove e ancor più luminose idee. Cambiare la Vita è il
Vero Obiettivo!
Tutta questa ricerca aveva infatti uno scopo
importante, questo sforzo non l’abbiamo fatto invero per soddisfare un semplice
desiderio di conoscenza. Non possiamo accontentarci di quanto scoperto, ben
altro ci aspetta. Cambiare la vita è il vero
obiettivo! Che senso ha una filosofia se non aiuta l’uomo
a vivere meglio? A farlo diventare più felice, più sereno? Un sapere che mai ci ha lasciato, ma che
abbiamo solo dimenticato.
Un sapere che traspare da sempre, che viene da lontano, dalle sacre scritture,
dai miti, dalla saggezza degli avi. Dopo aver strappato dal nostro cuore la pianta maligna che ci ha tanto a
lungo confusi[4],
potremo ascoltare, con orecchi non più alienati, la saggezza eterna che da
sempre scorre nelle nostre vene. La nostra via sarà così segnata. Fare ciò che è Giusto
Sarà facile allora, dopo aver aperto gli occhi sulla realtà del mondo,
mondare il puro dall’impuro, la verità dalla menzogna, e scegliere così ciò che
è giusto. Sbaglieremo ancora, certo, ma sempre più in fretta ce ne
accorgeremo, ce ne pentiremo, e dopo, soffrendo, pian piano potremo
migliorare e riuscire così a non sbagliare più. La risposta è sorprendentemente “banale”, tante sono le volte che
l’abbiamo già sentita durante la nostra vita. E non
potrebbe che essere così, visto che la verità, dalla notte dei tempi, sta
sempre dinanzi a noi. Ma qualcosa però la sappiamo, pur tra tanti
dubbi. Ed una certa distinzione, tra male e bene,
possiamo ben farla. Certo, potremo sbagliare, ma non è questo il vero problema.
Il vero impedimento risiede invece nel non riconoscere che la Verità esiste e
si può, se non raggiungerla completamente, avvicinarvicisi
sempre più. il Sacco Vuoto e il Sacco Pieno
A mio avviso, nella
ricerca del sapere, con l’obiettivo di crescere e di migliorarsi, solo due
sono, in buona sostanza, i modi con cui affrontare questo bisogno di conoscenza. Uno di questi è
basato sull’AVERE COGNIZIONI, mentre l’altro è centrato invece sull’ESSERE
SAGGIO. Uno dei due
desidera AVERE, mentre l’altro vuole ESSERE. Man mano che i due
uomini avanzano scoprono nuove conoscenze e nuove
idee. Quello che desidera
AVERE, lesto se ne impadronisce e le infila, tutto contento, nel suo sacco.
L’altro, invece, le raccoglie, le studia, e poi le lascia andare, senza curarsi
di appropriarsene. In ogni situazione,
durante una discussione, per mostrare la propria capacità, egli può estrarre
dal suo sacco una gran sorta di cognizioni, di parole pertinenti, di frasi
erudite. E, così, può farsi rispettare e può mostrarsi
agli altri qual lui sente di essere: un dotto ed un saggio. Il sacco non gli è di alcuna utilità. Non ha nulla di concreto, provato, da
utilizzare per difendere le idee che gli vorticano nella mente. Le sue affermazioni
diventano sempre più categoriche. E, se contraddetto, spesso si
irrita, ed aggredisce il povero interlocutore scaraventandogli addosso
una manciata di cognizioni afferrate dal suo sacco. E queste cognizioni diventano per lui sempre
più verità assolute. Che non necessitano dimostrazione
alcuna (sono cose che si sanno! O che si devono sapere, diamine!). Sicurezze lui non
ha, ma non è questo che cerca. Ad ogni risposta
mille domande si formano, ma ciò non lo turba, anzi, è proprio quello che
vuole. Lui vuole godere in
questo suo conoscere il mondo, ed è proprio quando
arriva ad una meta, che sembra raggiunta, ma rimanda invece ad altro di ancor
più misterioso, che il suo cuore s’infiamma ed il suo passo si affretta. E’ schiacciato da
tutto ciò che ora possiede, dai suo strumenti, dalle
sue conoscenze. E’ sì ricchissimo ora, di sapere, ma
non sa che farsene bloccato così com’è. E’ annichilito, in realtà è il suo
sapere che lo possiede, non viceversa. Lui è ormai “solo” il suo sapere. Ma gli resta però ancora un’ultima scelta,
un’ultima possibilità. Deve vuotare il suo sacco, liberarsi del peso che lo
imprigiona. E,
con il sacco ora vuoto, incamminarsi nuovamente sul sentiero della conoscenza,
cercando, questa volta, di non riempirlo troppo. [1] Determinate anch’esse da micro invocazioni [2] Per noi, in quanto l’Essere è in verità eterno. [3] Nel senso che un viaggio sulla Luna è entrato nel nostro apparire [4] Che ci ha fatto credere il mondo un che di esclusivamente razionale ROBERTO VAI _ Continua 7 |